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	<title>Rassegna stampa &#8211; RIDS</title>
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	<description>Rete Italiana Disabilità e Sviluppo</description>
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	<title>Rassegna stampa &#8211; RIDS</title>
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		<title>Il ruolo della comunicazione nei progetti delle Ong</title>
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		<dc:creator><![CDATA[RIDS Network]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 May 2014 22:58:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Pubblicata sul suo blog  chiamato &#8220;Gong&#8220;, Nicola Rabbi condivide la sua intervista a Massimo Ghirelli, consulente per la comunicazione dell’Unità tecnica Cooperazione del Ministero degli affari Esteri. L’articolo fa parte di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: rgb(0, 0, 0);">Pubblicata sul suo blog  chiamato &#8220;<a href="http://nicolarabbi.wordpress.com/2014/05/20/il-ruolo-della-comunicazione-nei-progetti-delle-ong/" target="_blank">Gong</a>&#8220;, Nicola Rabbi condivide la sua intervista a <a style="font-weight: inherit; font-style: inherit; color: #f48278;" href="http://www.massimoghirelli.net/"><span style="color: rgb(0, 0, 0);">Massimo Ghirelli</span></a>, consulente per la comunicazione dell’Unità tecnica Cooperazione del Ministero degli affari Esteri.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L’articolo fa parte di una monografia pubblicata sulla rivista <a style="font-weight: inherit; font-style: inherit; color: #f48278;" href="http://www.accaparlante.it/"><span style="color: #000000;">Hp-Accaparlante</span></a> intitolata “Make development inclusive – Quando la cooperazione allo sviluppo si occupa di disabilità nei paesi poveri”.</span></p>
<p style="color: #555555;"><strong style="font-style: inherit;"><em style="font-weight: inherit;">Che ruolo ha o dovrebbe avere la comunicazione per le Ong e per tutti coloro che fanno interventi nei paesi in via di sviluppo?<br />
</em></strong>Più che una questione d’importanza è una questione di necessità. Sono migliaia purtroppo gli esempi di cooperazione, anche buona, che non raggiungono i loro scopi perché non viene tenuto conto in maniera giusta e completa l’aspetto comunicativo. Ti faccio l’esempio di un intervento che facemmo in Niger con i Tuareg che riguardava la costruzione di un ospedale. Non avevamo pensato che in Africa le donne non vanno in ospedale e che quindi, se non si faceva un lavoro d’informazione e di comunicazione, spiegando per quale motivo ne valeva la pena (per ragioni di infezione, igieniche…), tutto sarebbe rimasto lì come una cattedrale nel deserto.<br />
Ma fuori dell’edificio c’era un grande parcheggio che era stato trasformato dai famigliari dei pazienti in un villaggio di capanne. Tutto questo era ovvio e naturale: non avevamo pensato al fatto che mai in Africa una donna sarebbe stata lasciata da sola in ospedale e che quindi, attorno a quella persona, ci sarebbero state intorno tante altre persone diverse che, venendo da lontano, avrebbero poi dovuto fermarsi a dormire lì. In quei casi perciò o fai una stanza comune o, come è stato fatto, adibisci a dormitorio il parcheggio. Questo è stato un caso lampante di mancanza di comunicazione adeguata.</p>
<p style="color: #555555;">Nell’ambito della cooperazione la comunicazione è sempre stata vista e molto spesso ancora oggi viene trattata come un argomento di secondo livello e quindi considerato un di più, una cosa marginale e perciò, ancora peggio,qualcosa che si fa nel momento in cui il progetto è fatto e finito, a volte confondendolo con una parolaccia come “visibilità”, che di per sé non sarebbe una parola sbagliata, nel senso che bisognerebbe far vedere quello che si fa ma che in realtà viene intesa solo come buona immagine di quello che si fa nella cooperazione italiana. La visibilità spesso non ha nulla a che fare con il buon progetto, la visibilità non è comunicazione<strong style="font-style: inherit;">. </strong>Fino a non molto tempo fa questa parte era considerata molto marginale dalle Ong.<br />
È anche vero che le Ong, stando più vicine al territorio ed essendo espressione di parti della società civile dovrebbero avere ancora più ragioni per capire e per utilizzare una buona comunicazione, per informare prima di tutto i donatori del territorio e le persone che vi partecipano. Le Ong, inoltre, avendo per controparte società civili o piccoli villaggi, comunque non solo istituzioni, dovrebbero fare in modo che questi interlocutori capiscano bene e che soprattutto siano loro a comunicare qualcosa su quello che si aspettano, su come vedono il progetto e su come lo vogliono gestire.</p>
<p style="color: #555555;">Nel mio lavoro spesso mi sono trovato a mettere delle pezze a progetti in cui c’era una piccola quota riservata alla comunicazione e a convincere gli altri che costituiva invece una parte integrante del progetto. Questo è un elemento raramente compreso, le Ong un pochino ci sono arrivate ma non tutte e soprattutto non ci è arrivata l’istituzione.<br />
La nostra Direzione si è dotata di Linee Guida per la comunicazione; una volta consistevano in un manuale su come si fa la targa, su cosa deve esservi scritto, l’adesivo e tutto il resto; un po’ abbiamo superato questa ipotesi ma anche le Linee Guida attuali, sono solo un punto di partenza per cominciare a parlare di altri aspetti. La comunicazione, per cominciare, deve essere fatta in entrambi i luoghi da parte di vari partner, in patria, e da parte del cosiddetto beneficiario, beneficiario che deve essere partner anche della comunicazione e quindi avere gli strumenti per comunicare. I progetti devono avere non soltanto la partecipazione ma anche il consenso sociale senza il quale il progetto non ha senso.<br />
I progetti stessi in molti casi dovrebbero essere intesi come progetti di comunicazione e non come la comunicazione rispetto ai progetti, sono due cose diverse: i progetti di questo tipo ancora abbastanza rari. Si potrebbe cambiare in questo modo l’intero sistema delle comunicazioni dei paesi in cui si attua il progetto, dalla formazione dei giornalisti alla legge sulla stampa e così via.</p>
<p style="color: #555555;"><strong style="font-style: inherit;"><em style="font-weight: inherit;">Al momento sono in atto progetti di questo tipo? Voi ne curate qualcuno?<br />
</em></strong>Ce ne sono ma si contano sulle dita di una mano. Ho seguito un centro di documentazione per un sindacato di comunicazione in Sud Africa ai tempi della fine dell’apartheid e più recentemente la ristrutturazione di un’agenzia palestinese, la Wafa, un’agenzia stampa che all’epoca era una specie di servizio stampa di Arafat che aveva sede a Gaza e ora ha sede a Ramla. Abbiamo fatto anche un media center, in collaborazione con le Ong e con l’Arci a Belgrado, in una situazione complicata come i Balcani. Negli ultimi anni questi progetti vengono appoggiati anche dai direttori delle UTL (Unità Tecniche locali). In alcune UTL, ho scritto dei progetti come “Comunicare la comunicazione”, quindi intesi proprio per far questo, come riuscire a comunicare bene e chiedersi: “Che strumenti ha l’UTL per farlo?”. Di qui la necessità di dotarsi di un sito, mettere insieme i donatori, le Ong e gli altri partecipanti in rete, in discussione, per comunicare quello che si fa e per farli partecipare e anche organizzare mostre, eventi sulla cooperazione.<br />
Adesso in Palestina si sta lavorando, dopo tre anni di attività, alla terza fase del progetto “Comunicare la comunicazione” e a Gerusalemme, finalmente, si faranno dei corsi di aggiornamento per giornalisti. In un paese particolare come quello di Israele, si tratta di operare per dare degli strumenti soprattutto per lottare, per avere una legge sulla stampa più aperta, considerando il fatto che i giornali possono essere chiusi in qualsiasi momento.<br />
In generale c’è ancora pochissimo attenzione sulle possibilità di stampa e televisione indipendenti. Lo stesso vale per l’Iraq, dove non c’è un UTL ma c’è la Task Force Iraq, organizzazione, il nome lo fa capire, che prima era militare-civile mentre adesso, da qualche anno, è completamente nelle mani della nostra Direzione Generale alla Cooperazione allo Sviluppo. La Task Force, soprattutto in questa fase, in cui si sta piano piano pensando di lasciare il paese, deve raccontare quello che sta facendo e ha fatto. Si tratta comunque di progetti di grande interesse in una situazione difficile come quella della guerra. Progetti di <em style="font-weight: inherit;">capacity building,</em>di comunicazione interna, progetti che vanno a formare le istituzioni locali, progetti di patrimonio culturale, ambientali, tutta una serie di progetti in cui la comunicazione ha un ruolo centrale. Anche lì, se non c’è consenso, partecipazione e conoscenza dei fatti nulla può funzionare.</p>
<p style="color: #555555;"><a href="http://nicolarabbi.wordpress.com/2014/05/20/il-ruolo-della-comunicazione-nei-progetti-delle-ong/" target="_blank">Continua la lettura sul blog di Nicola Rabbi &#8220;Gong&#8221;</a></p>
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		<title>Disabilità: l&#8217;Italia alla conquista di Bruxelles</title>
		<link>https://www.ridsnetwork.org/disabilita-litalia-alla-conquista-di-bruxelles/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[RIDS Network]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 May 2014 09:02:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rassegna stampa]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Piano di Azione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Direttore Generale per la Cooperazione allo Sviluppo, Giampaolo Cantini, ha presentato ieri a Bruxelles il Piano d’azione dell’Italia sulla disabilità e lo sviluppo inclusivo adottato nel 2013 dal Ministero [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="autore magnify" style="font-style: italic; color: #000000;"><img decoding="async" loading="lazy" class="alignleft wp-image-113" src="http://www.ridsnetwork.org/files/2014/05/cantini.jpg" alt="giampaolo cantini" width="140" height="107" />Il Direttore Generale per la Cooperazione allo Sviluppo, Giampaolo Cantini, ha presentato ieri a Bruxelles il Piano d’azione dell’Italia sulla disabilità e lo sviluppo inclusivo adottato nel 2013 dal Ministero degli Esteri. L’obiettivo: condividere con la Commissione UE e gli Stati membri strategia e buone pratiche nell’ambito del dibattito internazionale sull’Agenda per lo Sviluppo Post-2015.</p>
<p class="autore magnify" style="font-style: italic; color: #000000;">di Joshua Massarenti</p>
<p class="autore magnify" style="font-style: italic; color: #000000;">Fonte:<a href="http://www.vita.it/welfare/disabilita/disabilit-l-italia-alla-conquista-di-bruxelles.html" target="_blank"> vita.it</a> &#8211;</p>
<p style="color: #514f50;">Tra poco più di un anno, gli Obiettivi del Millennio lanciati nel 2000 dalle Nazioni Unite andranno in archivio per lasciare spazio a una nuova agenda per lo sviluppo, chiamata “UN’s post-2015 Development Agenda”. Chi possiede un minimo di domestichezza con le agende politiche internazionali come quelle dell’ONU, sa che gran parte delle decisioni più importanti si prendono molti mesi prima di quando vengono ufficializzate. E il settembre 2015, quando a New York si riuniranno i capi di Stato e di governo per sottoscrivere nuovi impegni a favore dello sviluppo sostenibile e della lotta contro la povertà, è dietro l’angolo. Come tanti altri paesi, l’Italia ha fretta.</p>
<p style="color: #514f50;">Tra le sfide che la Farnesina intende portare al centro dell’attenzione, ci sono i diritti dei disabili, troppo spesso ignorati nelle politiche di sviluppo portate avanti dalla Comunità internazionale. Dopo aver sottoscritto la Convenzione ONU sui diritti delle Persone Disabili, l’Italia ha deciso di assumere la leadership politica sul tema della disabilità adottando nel luglio 2013 un Piano d’azione ad hoc con lo scopo di assicurare la piena implementazione della Convenzione adottata dalle Nazioni Unite nel 2006 e stabilire un quadro che garantisca il sostegno alle categorie sociali più vulnerabili ed emarginate. Ma senza alleati forti a livello globale, queste ambizioni rischiano di diventare carta straccia.</p>
<p style="color: #514f50;">Per questo, la DGCS ha organizzato assieme alla Rete Italiana Disabilità e Sviluppo (RIDS) una conferenza presso la sede del Comitato economico e sociale europeo, a Bruxelles, con l’obiettivo di condividere con la Commissione UE, gli Stati membri e la società civile strategia e buone pratiche sulla disabilità nell’ambito del dibattito internazionale sull’Agenda per lo Sviluppo Post-2015. A dirigere la delegazione italiana era il Direttore Generale della DGCS, Giampaolo Cantini.<br />
<strong>Direttore, che bilancio trae da questa conferenza?</strong><br />
L’obiettivo fondamentale era quello di presentare una buona pratica della Cooperazione Italiana ma soprattutto di condividerla con le istituzioni dell’UE &#8211; in particolare con la Commissione- nonché con gli Stati Membri e le organizzazioni della società civile. C’è stata una presenza importante di rappresentanti della Cooperazione Tedesca, Spagnola e della Commissione, tutti attori che osservano con grande attenzione le buone pratiche messe in atto dall’Italia a favore dei disabili. Ora si tratta di mettersi insieme, di creare un partenariato tra Istituzioni, Stati Membri, organizzazioni della società civile e soprattutto i nostri paesi partner per sviluppare un’azione comune: non solo per rafforzare le componenti di disabilità nei programmi di sviluppo ma anche  per mettere a punto degli strumenti di lavoro.<br />
<strong>Nel concreto che cosa significa?</strong><br />
E’ opportuno sviluppare degli indicatori – i cosiddetti ‘markers di efficacia’ – simili a quelli adottati in altri settori, come ad esempio le tematiche di genere, elaborando a  monte dei dati su quanto è stato fatto. Sembrano obiettivi tecnici di poca importanza, ma l’elaborazione di una serie di target e di indicatori accresce la possibilità di includere la disabilità come un tema centrale di inclusione sociale, cruciale per le opportunità per l’impiego, anche nell’accesso a servizi sociali essenziali come l’istruzione e la sanità. In altre parole, ci consentirebbe di portare la disabilità al cuore dei futuri obiettivi di sviluppo sostenibili. II momento è opportuno per unire le forze e sviluppare un piano comune e sollevare questi temi nelle sedi internazionali. Ad esempio l’OCSE  DAC potrebbe essere la sede per un lavoro tecnico sui dati, sulla loro disaggregazione e sull’elaborazione di indicatori e di marker di efficacia.<br />
<strong>In che modo l’Italia intende sfruttare il prossimo semestre europeo per portare avanti questa strategia?</strong><br />
A parte i gruppi di lavoro specializzati ed il dialogo sempre costante con le organizzazioni della società civile, direi che abbiamo due importanti finestre: la preparazione di una posizione comune dell’UE sull’agenda post 2015 e le opportunità che si offrono a noi per promuovere una comunicazione pubblica di larga scala. Penso al semestre di Presidenza dell’UE che spetta all’Italia tra luglio e dicembre 2014 e all’Anno europeo per lo sviluppo previsto nel 2015.<br />
<strong>Perché l’Italia ha deciso di puntare sulla disabilità?</strong><br />
Intanto perché la cooperazione italiana ha sempre avuto una forte caratterizzazione nel sociale e perché esiste un dialogo molto forte con le organizzazioni non governative ed in particolare con RIDS, la Rete Italiana Disabilità e Sviluppo con la quale abbiamo elaborato il piano d’azione. E’ un piano d’azione della cooperazione italiana ma in realtà è stato realizzato in maniera congiunta dalla DGCS e RIDS.<br />
<strong>Le alleanze sono importanti per rafforzare un tema così particolare nell’agenda politica europea ed internazionale. Quali sono gli Stati membri pronti a seguirvi?</strong><br />
Oggi abbiamo avuto una testimonianza molto interessante della cooperazione tedesca, che ha elaborato un proprio piano d’azione, sviluppando azioni molto concrete.  Anche  i colleghi spagnoli ci hanno sostenuto nell’obiettivo di sollevare questi temi nel negoziato sull’agenda post 2015. Sicuramente altri Stati membri stanno sviluppando azioni in questo senso, ma la conferenza ci ha offerto due insegnamenti preziosi: esistono forti potenzialità, ma è necessaria un’azione di raccordo.</p>
<p style="color: #514f50;">(articolo redatto in collaborazione con Evelina Urgolo)</p>
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		<title>La Farnesina pensa a una Banca per lo Sviluppo</title>
		<link>https://www.ridsnetwork.org/la-farnesina-pensa-a-una-banca-per-lo-sviluppo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[RIDS Network]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 May 2014 08:56:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rassegna stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il consigliere politico del Viceministro degli Esteri, Lapo Pistelli, lancia la proposta su Vita.it in vista della riforma della legge 49 sulla cooperazione internazionale: «Care ong cosa ne pensate?» di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="magnify" style="color: #414141;">Il consigliere politico del Viceministro degli Esteri, Lapo Pistelli, lancia la proposta su Vita.it in vista della riforma della legge 49 sulla cooperazione internazionale: «Care ong cosa ne pensate?»</p>
<p>di Emilio Ciarlo</p>
<div class="body magnify" style="color: #514f50;">
<p>Fonte: <a href="http://www.vita.it/non-profit/ong/la-farnesina-pensa-a-una-banca-per-lo-sviluppo.html" target="_blank">vita.it </a>&#8211; Dopo venti anni è arrivata la “volta buona” anche per la nuova cooperazione italiana. La riforma in discussione al Senato creerà uno strumento forte, innovativo, inaspettato ai più, per la promozione del nostro modello di co-sviluppo, per l’affermazione di una nostra visione più equa e sostenibile della mondializzazione, per la proiezione internazionale dell’Italia.</p>
<p><strong>Personalmente lavoro su questa riforma da molti anni e credo che il testo ora arrivato in discussione sia l’occasione giusta per passare dalla semplice equazione “cooperazione-solidarietà” a quella “cooperazione-partnership-cosviluppo”.</strong> Ci siamo sforzati di costruire una cooperazione del 2000 che assuma in carico non solo la maledetta persistenza di povertà estrema in paesi low-income &#8211; spesso però anche in paesi più sviluppati e addirittura nei paesi ricchi – ma che si dà nuovi strumenti per far decollare le economie che hanno già percorso un pezzo di strada.</p>
<p>Per ottenere questo risultato &#8211; su questo sono d’accordo con <a style="color: #514f50;" href="http://blog.vita.it/nongovernativo/" target="_blank">Sergio Marelli </a>&#8211; <strong>occorre mobilizzare risorse</strong>. Tante risorse. Bisogna sapere che non saranno sufficienti gli stanziamenti tradizionali dell’aiuto pubblico allo sviluppo (nonostante il percorso di “riallineamento previsto dall’art. 28  della nuova legge). <strong>Sarà necessario costruire un “sistema della cooperazione italiana”, delineato nel capo V, che coinvolga e faccia interagire virtuosamente le amministrazioni pubbliche con le Fondazioni bancarie, le organizzazioni non governative con  la cooperazione decentrata, le imprese private con la nuova Agenzia per la cooperazione</strong>. Eppure persino questo non basterà se non ci doteremo di strumenti professionali e agili, capaci di attrarre in misura ben maggiore le risorse europee, oggi appannaggio quasi monopolistico di francesi e tedeschi, e quelle delle istituzioni finanziarie internazionali. Probabilmente anche qualcosa in più come cercherò di proporre nelle ultime righe di questo intervento.</p>
<p>Direi, però, al caro amico Sergio Marelli, che nonostante l&#8217;importanza che ha la quantità di risorse, non si deve sottovalutare l&#8217;importanza della rivoluzionaria discontinuità “politica” e “istituzionale” del testo di legge che abbiamo preparato.  La cooperazione non sarà più solo “aiuto” né il Mae sarà relegato a una sorta di “charity” che la dispensa graziosamente. <strong>Istituiamo un vero e proprio piccolo “Consiglio dei Ministri della cooperazione”</strong> e prevediamo un Allegato della cooperazione al Bilancio, con l’intento di assicurare la famosa “coerenza delle politiche&#8221;, oramai richiesta dal&#8217;articolo 208 del Trattato di Lisbona, non solo tra le iniziative dei diversi Ministeri ma  soprattutto all&#8217;interno dell&#8217;azione governativa, tra le differenti scelte politiche ad impatto internazionale: quelle in campo ambientale, dell&#8217;immigrazione, economico e commerciale.</p>
<p>Assicuriamo un vertice politico permanente e identificabile, il Viceministro degli Esteri alla Cooperazione, che nel corso dell’esame in Parlamento cercheremo di trasformare in un “junior minister”, figura inedita per l’Italia, che parteciperà alle riunioni di Gabinetto su alcuni temi.</p>
<p>Abbiamo fatto consapevolmente la scelta di costruire un’architettura politico-istituzionale in cui il ruolo strategico centrale è assicurato alla Farnesina, preferendo avere una cooperazione “parte integrante e qualificante” della politica estera piuttosto che un Ministero della cooperazione cenerentola, debole politicamente e insostenibile in termini di spending review.</p>
<p>Mantenendogli il ruolo politico per eccellenza, in dialettica con il Parlamento, abbiamo però dotato il nuovo Maeci di un’Agenzia operativa, snella ed economica (2oo persone e un rapporto costi gestione/volume risorse negli standard internazionali), con autonomia organizzativa e di bilancio, sedi nei Paesi prioritari e uno staff giovane e professionale, che sottrarrà la cooperazione alla burocrazia delle procedure ministeriali (senza far venir meno la vigilanza) nonchè alla poco funzionale rotazione periodica dei diplomatici, inevitabile nell’attuale Direzione generale.</p>
<p><strong>L&#8217;IDEA DELLA BANCA PER LO SVILUPPO</strong><br />
Torno però al punto delle risorse e lancio una provocazione su cui sto lavorando in questi giorni. A mio parere la riforma sarebbe monca se non compissimo l’ultimo miglio, se non dotassimo l<strong>’Italia, come Francia e Germania, di una vera Banca per lo sviluppo, un’istituzione pubblica, accreditata tra le Istituzioni finanziarie europee, autorizzata a progettare pacchetti finanziari attraverso il “blending” con i fondi comunitari </strong>(nonché di BEI, Banca mondiale e Banche di sviluppo regionali) o il matching con altre risorse e, in tal modo, capace di portare all’Agenzia per la cooperazione le risorse necessarie per fare il salto di qualità. Assicurando la direzione politica della Farnesina e la partnership indispensabile dell’Agenzia, si potrebbe immaginare nel concreto un Dipartimento specializzato e autonomo in seno alla Cassa Depositi e Prestiti, forse l’unica in Italia capace per statuto pubblico, solidità, affidabilità e know how di assolvere al ruolo. L&#8217;Italia avrebbe, in tal modo, uno strumento simile alla KfW Development Bank tedesca, “Business unit” all’interno del gruppo pubblico KfW, straordinaria leva finanziaria a servizio della cooperazione di Berlino capace di aggiungere ai fondi pubblici e a quelli europei risorse derivanti dalla propria raccolta (oltre 3 miliardi di euro). Social bond, bond dedicati allo sviluppo, finanza etica e innovativa, più risorse da Bruxelles: si aprirebbe un mondo nuovo per la cooperazione in termine di risorse disponibili, coinvolgimento dei cittadini e modernità di approccio alla nuova cooperazione. Credo si tratti di un’idea che merita un approfondimento.</p>
</div>
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		<title>Riforma della 49, ecco la bozza di Pistelli</title>
		<link>https://www.ridsnetwork.org/riforma-della-49-ecco-la-bozza-di-pistelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[RIDS Network]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Dec 2013 09:41:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rassegna stampa]]></category>
		<category><![CDATA[normativa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono voluti più di 200 giorni dalla nascita del governo Letta, ma alla fine la bozza di riforma della 49 è una realtà. Nei giorni scorsi abbiamo avuto modo di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.ridsnetwork.org/riforma-della-49-ecco-la-bozza-di-pistelli/">Riforma della 49, ecco la bozza di Pistelli</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.ridsnetwork.org">RIDS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Ci sono voluti più di 200 giorni dalla nascita del governo Letta, ma alla fine <b>la bozza di riforma della 49 è una realtà</b>. Nei giorni scorsi abbiamo avuto modo di leggere una prima versione del testo, si tratta di una<b> legge quadro d’iniziativa governativa che si articola in 17 pagine e 32 articol</b>i, la base di partenza è il testo unico approvato dalla Commissione Esteri del Senato allo scadere della scorsa legislatura. Eppure la strada da percorrere per arrivare al Consiglio dei Ministri<b>non è proprio così breve</b>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Fonte:<a href="http://www.info-cooperazione.it/2013/11/riforma-della-49-ecco-la-bozza-di-pistelli/" target="_blank"> info-cooperazione.it </a>&#8211; Ad oggi infatti sembra che il testo sia stato oggetto di un percorso di condivisione e confronto interno solo al MAE. Da qui inizierà la relazione e lo scambio ufficiale con il MEF e la Funzione Pubblica che potrebbero riservare sorprese ed eventuali<b> nuovi ostacoli</b> soprattutto per quegli articoli che comportano costi e gestione di risorse umane e finanziarie (vedi Fondo Unico e Agenzia per la Cooperazione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il testo, trapelato dalle stanze della Farnesina, non è stato ancora sottoposto in modo formale a </span><b style="color: #000000;">nessuna consultazione</b><span style="color: #000000;"> ed è molto probabile che non lo sarà neanche in futuro, vista la sua origine governativa e non parlamentare. Ad oggi è stato circolato informalmente a un numero non precisato di attori. Rispetto al </span><b style="color: #000000;">testo Tonini-Mantica</b><span style="color: #000000;">, più volte dibattuto in passato, la nuova proposta di Pistelli approfondisce il funzionamento e la gestione finanziaria dell’</span><b style="color: #000000;">Agenzia per la Cooperazione</b><span style="color: #000000;">, dedica un apposito articolo alla partecipazione dei </span><b style="color: #000000;">soggetti aventi finalità di lucro</b><span style="color: #000000;"> (imprese, cooperative e istituti bancari) e ridimensiona di fatto il </span><b style="color: #000000;">Fondo Unico</b><span style="color: #000000;">.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Abbiamo chiesto una prima impressione a caldo su questa bozza circolata a </span><b style="color: #000000;">Luca De Fraia</b><span style="color: #000000;">, Segretario Generale aggiunto di Actionaid, e a </span><b style="color: #000000;">Silvia Stilli</b><span style="color: #000000;">, neo eletta portavoce della AOI.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Secondo De Fraia le anticipazioni del contenuto del disegno di legge governativo di riforma della legislazione che regola la cooperazione allo sviluppo parlano di un intervento di sostanza. Un test fondamentale sarà il peso che le politiche di cooperazione avranno nella compagine governativa; la risposta sembra venire a più livelli:</span><b style="color: #000000;"> la scelta di cambiare ragione sociale al Ministero</b><span style="color: #000000;">, che dovrebbe diventare il Ministero per gli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; la presenza di un </span><b style="color: #000000;">Vice Ministro</b><span style="color: #000000;"> che potrà partecipare alle riunioni di Governo che possano avere attinenza, diretta o indiretta, con le politiche di cooperazione; la programmazione sarà approvata dal Consiglio dei Ministri; un Comitato interministeriale guidato dal Presidente del Consiglio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><i>Art. 10 – Competenze del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale e nomina del vice ministro della cooperazione allo sviluppo<br />
1. La responsabilità politica della cooperazione allo sviluppo è attribuita al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, che ne stabilisce gli indirizzi e assicura l’unitarietà e il coordinamento di tutte le iniziative nazionali di cooperazione, nell’ambito delle deliberazioni assunte dal Comitato di cui all’articolo 14.</i></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><i>2. La delega alla cooperazione allo sviluppo è attribuita ad un vice ministro ai sensi e con le procedure di cui all’articolo 10 della legge 23 agosto 1988, n. 400, e successive modificazioni.</i></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><i>3. Il decreto di nomina prevede la partecipazione del vice ministro alle riunioni del Consiglio dei ministri in tutti i casi nei quali esso tratti materie che, in modo diretto o indiretto, possano incidere sulla coerenza e sull’efficacia delle politiche di cooperazione allo sviluppo, di cui all’articolo 2, comma 2. Il decreto di attribuzione delle deleghe riguarda le competenze in materia di cooperazione allo sviluppo che la presente legge attribuisce al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, in particolare, le competenze di cui agli articoli 16 e 19.</i></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><i>4. Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale sono attribuiti il controllo e la vigilanza sull’attuazione della politica di cooperazione allo sviluppo nonché la rappresentanza politica dell’Italia nelle sedi internazionali e dell’Unione europea competenti in materia di APS.</i></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><i>5. Le competenze attribuite dalla legislazione vigente al Ministro dell’economia e delle finanze in materia di relazioni con le banche e i fondi di sviluppo a carattere multilaterale e di partecipazione finanziaria a detti organismi sono esercitate d’intesa e in coordinamento con il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, nel rispetto delle finalità e degli indirizzi di cui ai commi 1 e 4 del presente articolo e all’articolo 11.</i></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Cambiamenti anche su altri fronti: la programmazione, con l’introduzione di un <b>piano triennale</b> che sarà il risultato della collaborazione dei diversi attori pubblici di cooperazione e che dovrà indicare le priorità geografiche e per i singoli Paesi; introduzione di previsioni in tema di coerenza delle politiche; creazione di un agenzia, dotata di autonomia di bilancio e il cui direttore verrà nominato dal Presidente del Consiglio. Qualche <b>campanello di allarme</b> già si fa sentire, specie per quelle previsioni che riguardano il ruolo del settore privato come soggetto di cooperazione e quelle che consentono il finanziamento di interventi all’estero di imprese italiane, gli obiettivi di cooperazione dei quali dovranno essere certamente oggetto di attento scrutinio.Art. 26 Soggetti aventi finalità di lucro – 1. La cooperazione allo sviluppo riconosce e favorisce l’apporto delle imprese, delle cooperative e degli istituti bancari ai processi di sviluppo dei paesi partner, nel rispetto dei principi di trasparenza, concorrenzialità e responsabilità sociale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><i>Art. 26  Soggetti aventi finalità di lucro – 1. La cooperazione allo sviluppo riconosce e favorisce l’apporto delle imprese, delle cooperative e degli istituti bancari ai processi di sviluppo dei paesi partner, nel rispetto dei principi di trasparenza, concorrenzialità e responsabilità sociale</i></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Infine, conclude De Fraia,<b> il destino del fondo unico sembra naufragato</b> e al suo posto potrebbe comparire una sorta di budget consolidato dove far confluire i numeri delle diverse amministrazioni. Quando il testo della riforma potrà essere finalmente oggetto di discussione pubblica, potremo confrontarci con Parlamento e Governo; ci sarà certamente del lavoro da fare per verificare la profondità di questi cambiamenti e la qualità della riforma nel suo complesso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Anche </span><b style="color: #000000;">Silvia Stilli si sofferma sulla costruzione di un calendario di consultazioni</b><span style="color: #000000;"> da parte di Governo e Parlamento con gli attori privati e le istituzioni decentrate della cooperazione internazionale italiana. Le organizzazioni della società civile chiedono a questo punto che si apra sul testo </span><b style="color: #000000;">un confronto con l’intergruppo sulla cooperazione internazionale della Camera dei Deputati</b><span style="color: #000000;">. Nel testo ricevuto da molti informalmente si conferma l’istituzione dell’Agenzia come perno fondamentale della riforma, ma viene abbandonata l’idea del Fondo Unico, garanzia della volontà di riportare ad unità effettiva la gestione delle risorse presenti nei vari capitoli dei Ministeri. C’è in alternativa l’indicazione di una modalità di lettura unitaria nel budget dello Stato di queste diverse attribuzioni divise nei capitoli (ambiente, finanze, istruzione e cultura e ricerca, altro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nonostante tale presentazione di Fondo Unitario, l’Agenzia risulta avere minore autorevolezza nella costruzione di una coerenza effettiva delle politiche e della trasversalità della cooperazione internazionale. <b>Positive le proposte di strumenti e luoghi politici di concertazione e programmazione condivis</b>a, da meglio specificare nella versione finale. Ci sono infine ‘refusi’ culturali che vanno corretti laddove nel testo si descrive il rapporto tra la politica di cooperazione internazionale allo sviluppo e gli attori sociali: non deve esserci alcuna confusione nella comprensione e nell’affermazione del valore della sussidiarietà e dell’autonomia dei soggetti non istituzionali.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><i>Art. 21<br />
(Soggetti della cooperazione allo sviluppo)<br />
1. La cooperazione allo sviluppo riconosce e valorizza il ruolo dei soggetti pubblici e privati italiani nella realizzazione di programmi e di progetti di cooperazione allo sviluppo, sulla base dei principi di sussidiarietà.</i></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><i>2. Sono soggetti di cooperazione allo sviluppo:<br />
a) le amministrazioni dello Stato, le università e gli enti pubblici;<br />
b) le regioni, le provincie autonome di Trento e di Bolzano e gli enti locali;<br />
c) le organizzazioni della società civile e ad altri soggetti senza finalità di lucro.</i></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><i>3. Possono essere soggetti di cooperazione allo sviluppo anche imprese commerciali e soggetti con finalità di lucro quando agiscono con finalità conformi ai principi della presente legge, per la promozione della pace e della giustizia nel quadro di relazioni solidali e paritarie con gli altri popoli.</i></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nonostante questi punti, che potranno sicuramente essere discussi e condivisi, la volontà di portare avanti la riforma in <b>tempi stavolta certi e ravvicinati</b> è recepita positivamente dal mondo non governativo, che vuole essere partecipe appieno alla buona riuscita finale del processo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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		<title>Fare rete, per l’inclusione e la cooperazione allo sviluppo</title>
		<link>https://www.ridsnetwork.org/fare-rete-per-linclusione-e-la-cooperazione-allo-sviluppo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[webmt]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jul 2013 09:55:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rassegna stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La RIDS (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo), che ha incontrato nei giorni scorsi il Direttore Generale della Cooperazione allo Sviluppo Italiana, rappresenta un valore aggiunto proprio perché “rete” tra organizzazioni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ridsnetwork.org/files/2013/07/cantini_dgcs_mae_ministro_info_cooperazione.jpg"><img decoding="async" loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-24" alt="cantini_dgcs_mae_ministro_info_cooperazione" src="http://www.ridsnetwork.org/files/2013/07/cantini_dgcs_mae_ministro_info_cooperazione.jpg" width="151" height="165" /></a><em>La RIDS (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo), che ha incontrato nei giorni scorsi il Direttore Generale della Cooperazione allo Sviluppo Italiana, rappresenta un valore aggiunto proprio perché “rete” tra organizzazioni non governative (AIFO ed EducAid) e associazioni di persone con disabilità a livello nazionale (FISH) e internazionale (DPI). Preziosa, del resto, è la collaborazione da essa fornita nella redazione del Piano di Azione sulla Disabilità</em><br />
<span><span><br />
</span></span></p>
<div><span><span>Una delegazione della</span><span> <b>RIDS &#8211;</b> </span><span>la Rete Italiana Disabilità e Sviluppo, voluta nel 2011 dall’</span><b><span>AIFO</span></b><span> </span><span>(Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau), da</span><span> <b>DPI Italia</b></span><span>(Disabled Peoples’ International), da</span><b><span>EducAid</span></b><span> </span><span>e dalla</span><span> <b>FISH</b> </span><span>(Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), per realizzare iniziative di informazione, formazione e consulenza in Italia e a livello internazionale -, ha incontrato nei giorni scorsi</span><span> <b>Giampaolo Cantini</b></span><span>, direttore generale della Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri. </span></span></div>
<div><span><span>«L’incontro – come si legge in una nota diffusa dalla FISH – ha costituito un’utile occasione per illustrare le attività della RIDS e ribadire il valore aggiunto da essa rappresentato, proprio perché “rete” tra organizzazioni non governative (AIFO ed EducAid) e associazioni di persone con disabilità a livello nazionale (FISH) e internazionale (DPI): una collaborazione, questa, che favorisce riflessione e concretezza su temi quali l’</span><b><span>inclusione</span></b><span>, la</span><span> <b>non discriminazione</b> </span><span>e le</span><span> <b>pari opportunità</b></span><span>, aspetti fondamentali anche per la cooperazione allo sviluppo».<br />
Dal canto suo, il direttore generale Cantini si è mostrato particolarmente attento alle tematiche della disabilità e della cooperazione allo sviluppo, riconoscendo il ruolo centrale del tema dell’inclusione –</span><span> <b>in generale</b> </span><span>– nella discussione globale sugli “Obiettivi di Sviluppo del Millennio” (<a title="Apre il sito dei Millennium Development Goals" href="http://www.un.org/millenniumgoals"><b><i><span>Millennium Development Goals</span></i></b></a>), lanciati dalle Nazioni Unite e che concluderanno la loro parabola nel prossimo 2015. </span></span></div>
<div><span><span>Da segnalare infine che in tale occasione, la RIDS ha ricevuto un’altra positiva comunicazione: è stata infatti approvata un’ulteriore bozza, pressoché definitiva, del</span><span> <b>Piano di Azione sulla Disabilità</b></span><span>, – di cui anche il nostro giornale ha seguito l’evoluzione nel corso del tempo – redatto dai tecnici del Ministero degli Affari Esteri, in collaborazione con la stessa RIDS, oltreché con rappresentanti di Istituzioni, Enti Locali, organizzazioni non governative, imprese, mondo accademico e centri di ricerca.<br />
Il documento – la cui versione definitiva dovrebbe essere condivisa nell’autunno prossimo con una serie di interlocutori internazionali, all’interno di una specifica conferenza – si caratterizza come uno </span></span><span>strumento particolarmente importante per</span><span> <b>orientare concretamente</b></span><span>le politiche, le strategie, le azioni e il monitoraggio sulla disabilità a livello nazionale. «Uno strumento – come viene ben evidenziato dalla FISH – che coinvolge e include le persone con disabilità, con le loro esperienze e </span><span><span>competenze».</span><span> <i>(S.B.)</i></span></span></div>
<div><span><span>Per ulteriori informazioni e approfondimenti sulla tematica trattata, accedere al</span><span> <b><a title="Apre il sito citato" href="https://sites.google.com/site/pianodiazionedisabilita"><span>sito</span></a></b> </span><span>del Piano di Azione sulla Disabilità (Ministero degli Esteri – Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo) e a</span><span> <b><a title="Apre al sito citato" href="http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/Speciali/Rete.Disabili/Intro.htm"><span>quello</span></a></b> </span></span><span><span>della Cooperazione Italiana allo Sviluppo (settore dedicato alla disabilità).</span></span></div>
<p>Fonte: <a href="http://www.superando.it/2013/07/03/fare-rete-per-linclusione-e-la-cooperazione-allo-sviluppo/">Superando.it</a></p>
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		<item>
		<title>Il Consiglio diritti umani delle Nazioni Unite adotta le Linee guida su povertà estrema e diritti umani</title>
		<link>https://www.ridsnetwork.org/il-consiglio-diritti-umani-delle-nazioni-unite-adotta-le-linee-guida-su-poverta-estrema-e-diritti-umani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[webmt]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Nov 2012 10:33:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rassegna stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel corso della sua 21a sessione ordinaria, il Consiglio diritti umani delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità il testo definitivo delle Linee guida su povertà estrema e diritti umani (Risoluzione [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel corso della sua 21a sessione ordinaria, il Consiglio diritti umani delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità il testo definitivo delle <em>Linee guida su povertà estrema e diritti umani</em> (Risoluzione A/HRC/21/11).</p>
<p>Con l’adozione delle Linee guida, il Consiglio diritti umani ha inteso affermare che lo sradicamento della povertà estrema non costituisce soltanto un dovere morale, ma anche un preciso obbligo giuridico derivante dal diritto internazionale dei diritti umani. Il testo verrà ora trasmesso all’Assemblea Generale per la sua adozione definitiva.</p>
<p>Secondo il Movimento Internazionale ATD Quarto Mondo, tra le Ong che si sono maggiormente impegnate per l’approvazione di tale strumento, l’adozione delle Linee guida è stata particolarmente opportuna nell’attuale fase storica.</p>
<p>A livello internazionale, infatti, le Linee guida potranno essere invocate al fine di garantire la piena realizzazione di tutti i diritti umani per tutti nell’ambito del dibattito in corso sulla progettazione di una strategia di sviluppo globale che sostituisca, a partire dal 2015, gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.</p>
<p>A livello nazionale, in un momento in cui molti Paesi, soprattutto europei, si vedono costretti a porre in essere misure di austerità, le Linee guida agiranno come punto di riferimento per assicurare che le politiche adottate non colpiscano le persone che vivono in povertà, e non diminuiscano la loro capacità di far valere i propri diritti.</p>
<p>Nella fase di consultazione per la preparazione del documento il Centro Diritti Umani dell&#8217;Università di Padova ha partecipato con un suo contributo di proposte insieme con il Ministero degli Affari Esteri e la FOCSIV.</p>
<p><a href="http://unipd-centrodirittiumani.it/public/docs/Guiding_principles_on_extreme_poverty_and_human_rights.pdf">Linee guida delle Nazioni Unite su povertà estrema e diritti umani</a></p>
<p>Fonte: <a href="http://unipd-centrodirittiumani.it/it/news/Il-Consiglio-diritti-umani-delle-Nazioni-Unite-adotta-le-Linee-guida-su-poverta-estrema-e-diritti-umani/2670">Archivio &#8220;Pace e Diritti Umani&#8221; dell&#8217;Università di Padova</a></p>
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		<item>
		<title>&#8220;Obiettivo 8&#8221;: pubblicato il rapporto 2012</title>
		<link>https://www.ridsnetwork.org/obiettivo-8-pubblicato-il-rapporto-2012/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[webmt]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Nov 2012 10:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rassegna stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban-Ki Moon ha recentemente lanciato il Rapporto 2012 sui sviluppi ottenuti in relazione agli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals – MDGs), [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.ridsnetwork.org/obiettivo-8-pubblicato-il-rapporto-2012/">&#8220;Obiettivo 8&#8221;: pubblicato il rapporto 2012</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.ridsnetwork.org">RIDS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban-Ki Moon ha recentemente lanciato il Rapporto 2012 sui sviluppi ottenuti in relazione agli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals – MDGs), redatto dalla Task Force sugli MDGs.</p>
<p>Il rapporto, dal titolo “<strong>Partnership globale per lo sviluppo: fare della retorica una realtà</strong>”, traccia un bilancio relativo al rispetto degli impegni assunti dagli Stati per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.</p>
<p>Da quanto emerge dal rapporto, nonostante alcuni obiettivi siano stati raggiunti prima della scadenza fissata al 2015, per la prima volta in molti anni si registra un <strong>declino degli aiuti</strong> che rischia di rallentare in maniera significativa il processo di sviluppo avviato fino ad ora. Dopo aver raggiunto un picco nel 2010, nel 2011 il volume totale dell&#8217;Aiuto pubblico allo sviluppo (APS) è sceso del 3% circa, mentre sono aumentati gli ostacoli per i paesi in via di sviluppo nell’accesso al mercato per le loro esportazioni.</p>
<p>A meno di tre anni dalla scadenza fissata nel 2015, alcuni importanti target sono stati raggiunti, ma il conseguimento dei restanti obiettivi rimane una sfida per la comunità internazionale, attuabile solo se i Governi rimangono fedeli ai loro impegni assunti oltre dieci anni fa.</p>
<p>Anche in materia di <strong>partenariato globale per lo sviluppo</strong> il rapporto evidenzia che sono stati compiuti solo progressi limitati. Nonostante infatti i paesi più poveri abbiano goduto della cancellazione del debito, molti di loro sono ancora vincolati da obblighi insostenibili.</p>
<p>E mentre sono stati stanziati nuovi finanziamenti per combattare alcune malattie specifiche, poca attenzione è stata data per l&#8217;aumento della disponibilità e la maggiore accessibilità ai farmaci essenziali. Il rapporto invita la comunità internazionale ad onorare le sue promesse impegnandosi formalmente e praticamente per far fronte a questa situazione.</p>
<p>La <strong>Gap Task Force sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio</strong> è istituita dal Segretario Generale delle Nazioni Unite per coordinare le attività di oltre 20 Agenzie delle Nazioni Unite impegnate nell’attuazione degli obiettivi ed è diretta congiuntamente da UNDESA e UNDP.</p>
<p><a href="http://unipd-centrodirittiumani.it/public/docs/MdgReport2012_eng.pdf">Il <strong>rapporto completo</strong>, in lingua inglese, è disponibile qui.</a></p>
<p>Fonte: <a href="http://unipd-centrodirittiumani.it/it/news/Nazioni-Unite-pubblicato-il-rapporto-2012-sugli-sviluppi-ottenuti-in-relazione-agli-Obiettivi-di-Sviluppo-del-Millennio/2645">Archivio &#8220;Pace e Diritti Umani&#8221; dell&#8217;Università di Padova</a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.ridsnetwork.org/obiettivo-8-pubblicato-il-rapporto-2012/">&#8220;Obiettivo 8&#8221;: pubblicato il rapporto 2012</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.ridsnetwork.org">RIDS</a>.</p>
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		<item>
		<title>Per Monti la Cooperazione è un investimento strategico</title>
		<link>https://www.ridsnetwork.org/per-monti-la-cooperazione-e-un-investimento-strategico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[webmt]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Oct 2012 07:42:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rassegna stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il premier alla giornata di apertura del forum della Cooperazione internazionale: &#8220;Il nostro Paese continuerà a contribuire alla lotta contro aids, turbecolosi e malaria&#8221;. Il capo del governo ha ricordato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.ridsnetwork.org/per-monti-la-cooperazione-e-un-investimento-strategico/">Per Monti la Cooperazione è un investimento strategico</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.ridsnetwork.org">RIDS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il premier alla giornata di apertura del forum della Cooperazione internazionale: &#8220;Il nostro Paese continuerà a contribuire alla lotta contro aids, turbecolosi e malaria&#8221;. Il capo del governo ha ricordato l&#8217;impegno con l&#8217;Ue a dare attuazione al &#8220;programma di cambiamento&#8221;. &#8220;Spero lasceremo ad altri un Paese più sereno&#8221;.</em></p>
<p>MILANO &#8211; &#8220;Fare cooperazione oggi è un imperativo etico di solidarietà, ma è anche e soprattutto un investimento strategico in termini di sicurezza nazionale e internazionale, di gestioni dei flussi migratori, di protezione dell&#8217;ambiente, di sicurezza energetica, di promozione di opportunità economico-commerciali per le imprese italiane&#8221;, ha detto il presidente del Consiglio Mario Monti, intervenendo al forum della Cooperazione internazionale. &#8220;La centralità della cooperazione allo sviluppo dovrà, non appena le condizioni di bilancio lo renderanno possibile, essere rafforzata anche sul piano delle risorse&#8221;, ha anticipato il premier.</p>
<p>Assicurando poi che l&#8217;Italia non intende ritirarsi dal fondo globale per la lotta all&#8217;aids, alla turbecolosi e alla malaria. Monti si è soffermato sulle &#8220;grandi campagne delle nazioni unite che il nostro Paese ha ispirato&#8221;. Una battaglia, ha sottolineato il premier, a cui &#8220;l&#8217;italia intende continuare a contribuire e dalla quale certamente non si ritirerà&#8221;. Perché &#8220;Il sistema Italia dimostra la sua competitività nella governance della cooperazione e le Ong italiane sono le terze tra le più premiate nei bandi&#8221;, ha spiegato Monti. In un passaggio del suo intervento al Forum della Cooperazione, Monti ha ricordato che l&#8217;Italia è impegnata anche nell&#8217;ambito dell&#8217;Unione europea a dare attuazione al &#8220;programma di cambiamento&#8221; per la cooperazione. &#8220;L&#8217;Italia ha dei vantaggi naturalinell&#8217;esercitare il &#8216;soft power&#8217; senza trascurare l&#8217;hard power.<br />
Abbiamo capacità di persuasione, ispiriamo fiducia e simpatia&#8221;, ha aggiunto.</p>
<p>Ma la legge 49 sulla cooperazione è uno strumento che adesso mostra &#8220;l&#8217;esigenza di un aggiornamento&#8221;, ha affermato il premier che ha citato le parole del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo videomessaggio e cioè che la cooperazione allo sviluppo è &#8220;politica estera nel senso più nobile e più elevato della parola&#8221;. &#8220;Mi sto accorgendo &#8211; ha aggiunto &#8211; che la politica estera ha un alta nobiltà e richiede conoscenze particolari, ma la politica estera e la politica interna sono sempre meno separabili&#8221;. Soprattutto &#8220;se vogliamo essere un Paese che non vive con la paura&#8221; bisogna &#8220;portare l&#8217;Europa in casa&#8221;, essere aperti.</p>
<p>&#8220;Nella consapevolezza che i modelli di crescita sono tanto importanti quanto i tassi di crescita, ritengo che si debba incoraggiare uno sviluppo più inclusivo, incentrato sulle capacità delle popolazioni di partecipare alla creazione di benessere e di posti di lavoro dignitosi e, al tempo stesso, di beneficiarne&#8221;, ha detto Mario Monti al Forum di Milano. Il premier ha sottolineato come essa &#8220;supera ormai la tradizionale dinamica Paesi donatori/Paesi riceventi e anche la stessa centralità dell&#8217;aiuto pubblico&#8221;, un passaggio salutato dall&#8217;applauso della platea che ha suscitato un commento ironico del premier: &#8220;Immagino &#8211; ha detto Monti &#8211; che l&#8217;applauso sia per la centralità dell&#8217;aiuto pubblico&#8221;.</p>
<p>Per il presidente del Consiglio occorre &#8220;ribadire la centralità della cooperazione allo sviluppo nella politica estera italiana ed europea&#8221;. Ringraziando il ministro degli esteri, <a href="http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2012/09/30/news/il_forum_di_milano-43607484/">Giulio Terzi, e quello della cooperazione, Andrea Riccardi <sup>1</sup></a>, Monti ha ricordato di avere avuto, nel formare il governo, &#8220;l&#8217;idea di creare la figura nuova del ministro per la cooperazione internazionale e l&#8217;integrazione&#8221;.</p>
<p>&#8220;Mi sono subito reso conto &#8211; ha sottolineato &#8211; che questo avrebbe creato problemi di carattere amministrativo nelle complesse strutture che permettono lo svolgimento delle attività di governo e devo al ministro Terzi al ministro Riccardi l&#8217;aver saputo comporre il rapporto tra le amministrazioni, con le difficoltà oggettive che ci sono. In questo modo &#8211; ha proseguito il premier &#8211; la cooperazione ha potuto integrarsi con la politica estera ed essere un punto di ricezione e di dialogo stretto con il lavoro che altri ministri svolgono&#8221;. Richiamando le parole del presidente della Repubblica, Monti ha sottolineato che &#8220;la cooperazione allo sviluppo è politica estera nel senso più nobile ed elevato della parola&#8221;. &#8220;Per tale ragione &#8211; ha proseguito &#8211; in maniera innovativa per i tempi la legge 49 che istituisce la cooperazione allo sviluppo italiana la definisce &#8216;parte integrante della politica estera dell&#8217;Italià, riconoscendone un ruolo qualificante per il perseguimento degli obiettivi di politica estera e la tutela degli interessi del Paese&#8221;.</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2012/10/01/news/monti_cooperazione-43623865/?ref=HREC1-11">Repubblica.it</a></p>
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		<title>La crisi mondiale e le politiche di inclusione: i servizi di sostegno</title>
		<link>https://www.ridsnetwork.org/la-crisi-mondiale-e-le-politiche-di-inclusione-i-servizi-di-sostegno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[webmt]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Sep 2012 07:28:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rassegna stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Giampiero Griffo* Dopo la povertà e il welfare, sono questa volta i servizi di sostegno al centro del nuovo approfondimento curato in esclusiva per il nostro sito da Giampiero [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Giampiero Griffo*</em></p>
<p><em>Dopo la povertà e il welfare, sono questa volta i servizi di sostegno al centro del nuovo approfondimento curato in esclusiva per il nostro sito da Giampiero Griffo, per diffondere una nuova cultura sulla disabilità, basata sui diritti umani e sulla Convenzione ONU, partendo dallo scenario determinato dalla crisi economica mondiale e dal rischio, per le persone con disabilità, di tornare ad essere “cittadini invisibili”.</em></p>
<p>La <strong><a title="Apre questo stesso sito alla traduzione della Convenzione" href="http://www.superando.it/files/docs/Convenzione%20Definitiva.pdf">Convenzione ONU</a></strong> sui Diritti delle Persone con Disabilità (d’ora in poi, spesso, <strong>CRPD</strong>) introduce una nuova visione della condizione di disabilità, dove quest’ultima è una <strong>relazione sociale</strong> e non una condizione soggettiva. La limitazione funzionale è una <em>condizione soggettiva</em>, la disabilità, invece, è l’<em>interazione</em> tra limitazione funzionale e ambiente fisico e sociale (<em>Preambolo e</em> della Convenzione: « <em>[…] </em>la disabilità è il risultato dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali ed ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri»).<br />
Vediamo di descrivere questo nuovo modello attraverso il seguente schema, ove <strong>in grassetto</strong> vengono individuate le differenze tra la Convenzione ONU e il modello di disabilità dell’<a title="Apre il sito italiano dell'ICF" href="http://www.icfinitaly.it"><strong>ICF</strong></a>, la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2001.</p>
<p><em><strong>Convenzione Internazionale<br />
sui Diritti delle Persone con Disabilità<br />
2006 – ONU</strong></em><br />
&#8211; Diversità umane<br />
(varie cause)</p>
<p>&#8211; Strutture e funzioni del corpo <strong>(caratteristiche)<br />
</strong> – Attività (limitazioni e <strong>discriminazioni</strong>)<br />
&#8211; Partecipazione – <strong>Inclusione</strong><strong></strong> (restrizioni)</p>
<p>&#8211; Fattori ambientali e sociali – <strong>Impoverimento/Empowerment<br />
&#8211; </strong>Fattori individuali &#8211;<strong> Impoverimento</strong>/<strong>Empowerment – Abilitazione</strong></p>
<p>Ogni persona, dunque, ha un suo <strong>modo di funzionamento</strong>, derivante dall’insieme delle sue caratteristiche. Se una persona è lenta, costruirà una modalità di fare le cose in cui terrà conto di quella sua caratteristica. E se una persona è obesa, tenderà a limitare gli sforzi fisici.<br />
Lo stesso vale per le limitazioni funzionali: io che mi muovo in sedia a rotelle ho costruito la mia casa eliminando barriere e ostacoli, perché il mio modo di funzionamento comporta il muoversi in sedia a rotelle. La mia limitazione funzionale (paralisi agli arti inferiori) diventa disabilità solo dove un <strong>ambiente ostile</strong> e/o un <strong>comportamento sociale discriminatorio</strong> mi impedisce di muovermi e partecipare come gli altri Cittadini.<br />
Quindi non è la mia condizione di salute (come invece sottolinea l’ICF) a causare una disabilità, perché non si può ridurre <strong>una persona a una caratteristica</strong>. Le persone, infatti, hanno pregi e difetti, capacità e limitazioni che messi insieme creano il loro modo di funzionamento. Non a caso la CRPD è basata su princìpi generali (articolo 3), tra i quali spicca «il rispetto per la differenza e l’accettazione delle persone con disabilità come parte della diversità umana». Qualunque sia la causa della limitazione funzionale e qualunque ne sia la natura, questa è ascrivibile alla <strong>diversità umana</strong><strong>.</strong> Una persona, ad esempio, con una lesione midollare che le ha causato una paraplegia, non può essere descritta solo sulla base delle sue limitazioni funzionali, e queste ultime, pur producendo condizioni di dipendenza da terzi (ad esempio per vestirsi, muoversi, lavarsi ecc.), <strong>non producono automaticamente</strong> una condizione di disabilità. Lo stile di vita di quella persona, i percorsi di crescita della consapevolezza e dell’abilitazione progressiva a gestirsi la vita e a trovare soluzioni per lo svolgimento delle differenti attività, fanno sì che la limitazione funzionale possa essere superata da <strong>ausili tecnologici e umani</strong>, da <strong>modifiche dell’ambiente</strong>, dalla <strong>capacità di autodeterminarsi</strong> e vivere una vita in forma autonoma e indipendente.</p>
<p>In effetti, l’elemento di compromissione delle capacità funzionali del corpo interagisce con gli elementi soggettivi e sociali, producendo molte volte una <em>resilienza</em> (1), che viene spesso confusa col coraggio. In realtà è una capacità di accettazione della propria condizione e un adattamento alle condizioni di vita che includono quella limitazione funzionale nelle attività quotidiane. Sarebbe più corretto, perciò, definire la compromissione funzionale come <em>una delle caratteristiche</em> della persona e <strong>non <em>la caratteristica</em></strong> da cui partire, altrimenti rischiamo di ridurre ad essa quella stessa persona.<br />
Tutti sanno che <strong>Beethoven</strong> ha passato una parte della propria vita in condizioni di <strong>sordità</strong>, pur continuando a comporre: nessuno, però, si sognerebbe mai di analizzare la condizione di Beethoven partendo dalla sua sordità. Quest’ultima, infatti, è solo una delle caratteristiche, e tutto sommato così trascurabile (infatti egli ha continuato a comporre), da non inficiare l’immagine di grande compositore.<br />
Secondo il modello della Convenzione, quindi, piuttosto che parlare di malattie che colpiscono le strutture e le funzioni del corpo, sarebbe più corretto utilizzare il termine <strong><em>caratteristiche delle persone</em></strong>, basate sulla diversità umana che oltre ad essere etnica, culturale, sociale, di storie di vita e di DNA, è <strong>anche fisica e di capacità funzionali</strong>.</p>
<p>Nell’approccio della Convenzione si tratta di garantire il rispetto dei <strong>diritti umani anche alle persone con disabilità</strong> e quindi la descrizione delle limitazioni che possono impedire lo svolgimento di un’attività non include solo le barriere, ma anche le <strong>discriminazioni</strong>. Ad esempio, in un contesto educativo, l’assenza di barriere architettoniche non è sufficiente per identificare se l’alunno con disabilità frequenti una classe ordinaria o sia segregato in una “classe speciale”.<br />
Altro elemento essenziale per descrivere la condizione di disabilità è quello relativo all’<strong>inclusione</strong>, parallelo a quello della <strong>partecipazione</strong>. Quest’ultima, infatti, può attivarsi sia in contesti segregativi, sia in ambiti ordinari, ma con valenze assai diverse.<br />
È il caso quindi di soffermarsi qui di seguito sui concetti di <em>inserimento</em>, <em>integrazione</em> e <em>inclusione</em>, per chiarirne le implicazioni semantiche, importanti per il nostro discorso.</p>
<p><strong>Inserimento, integrazione e inclusione</strong><br />
L’<strong>inserimento</strong> riconosce il diritto delle persone con disabilità ad avere un posto nella società, ma si limita a inserirle in una zona spesso separata dalla società (un istituto o una classe speciale, ad esempio), oppure in una situazione passiva, di dipendenza e di cura. In questo caso, la decisione su dove debbano vivere e come debbano essere trattate le persone con disabilità non è presa da loro – o dalle loro famiglie, nel caso non possano rappresentarsi da sole – dipendendo bensì da decisioni di altri attori (medici, operatori di istituzioni pubbliche ecc.). Spesso, quindi, l’inserimento è basato su un approccio caritativo e assistenziale.<br />
L’<strong>integrazione</strong>, invece, è il processo che garantisce alle persone con disabilità il rispetto dei diritti all’interno dei <em>luoghi ordinari</em>, vissuti da tutte le persone, <strong>senza però modificare le regole</strong> e i princìpi di funzionamento della società e delle Istituzioni che li accolgono.<br />
Dietro a tale impostazione vi è ancora una lettura basata sul <strong>modello medico della disabilità</strong>. Prevale infatti ancora l’idea che le persone con disabilità siano “speciali” e vadano sostenute attraverso interventi prevalentemente tecnici (anche se “speciali” lo sono diventate proprio perché escluse dalla società). L’integrazione non è quindi un riconoscimento pieno di dignità e di legittimità ed è la persona a doversi adattare alle regole sociali già definite, rimanendo un “ospite” della società che lo accoglie con condiscendenza. Tant’è vero che questo principio si basa sulle risorse economiche disponibili e quindi è soggetto a <strong>parametri esterni al diritto</strong>. Se non ci sono i soldi, pazienza per i diritti!<br />
L’<strong>inclusione</strong>, infine, è il concetto che prevale nei documenti internazionali più recenti. In questo caso, la persona con disabilità viene considerata come un <strong>Cittadino a pieno titolo</strong> e quindi titolare di tutti i diritti, come gli altri. Egli è parte della società e deve godere di tutti i beni, i servizi, le politiche e i diritti ad essa connessi. Viene per altro riconosciuto che la società si è organizzata in maniera tale da creare <strong>ostacoli, barriere e discriminazioni</strong>, che vanno rimosse e trasformate.<br />
Secondo questo modello, dunque, la persone con disabilità rientra nella comunità con pieni poteri, ha il diritto di partecipare alle scelte su come la società si organizza, sulle sue regole e sui princìpi di funzionamento, i quali stessi devono essere <strong>riscritti</strong>, tenendo conto di tutti i membri della società. Insomma, qui le persone con disabilità non sono più <em>ospiti nella società</em>, ma <em>parte integrante della stessa</em> e dietro a tale concetto, vi è il <strong>modello sociale della disabilità basato sul rispetto dei diritti umani</strong>, che sottolinea le responsabilità della società nel creare condizioni di disabilità. La disabilità, infatti – come si sottolinea nel già citato <em>Preambolo e</em> della Convenzione, «è il risultato dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali ed ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri». Quindi è un <strong>rapporto sociale</strong> tra le caratteristiche delle persone e la maniera in cui la società ne tiene conto.<br />
L’inclusione, in definitiva, riconosce la diversità umana e la inserisce all’interno delle regole di funzionamento della società, nella produzione di beni e nell’organizzazione di servizi.<br />
Il diritto umano ad essere inclusi non dipende dalle risorse disponibili, bensì dalla <strong>consapevolezza</strong> che tutti gli esseri umani hanno gli stessi diritti. Pertanto, la valutazione della <strong>qualità dell’inclusione</strong> risulta essenziale per identificare non solo le barriere e gli ostacoli, ma anche le discriminazioni e la mancanza di pari opportunità che la società impone alle persone con disabilità (2).</p>
<p>L’inclusione è un processo di sistema, che coinvolge <strong>tutti i campi di attività</strong> della società, in un nesso inscindibile. La CRPD lo esplicita nel <em>Preambolo c,</em> quando sottolinea «l’universalità, l’indivisibilità, l’interdipendenza e interrelazione di tutti i diritti umani e libertà fondamentali e la necessità di garantirne il pieno godimento da parte delle persone con disabilità senza discriminazioni».</p>
<p><strong>Sistemi di accertamento ed empowerment</strong><br />
Partendo da queste considerazioni risulta evidente che gli attuali <strong>sistemi di accertamento</strong> delle condizioni delle persone con disabilità non si occupano di disabilità, bensì <strong>si fermano</strong> all’accertamento delle limitazione funzionali (<em>accertamenti di invalidità</em>) o a un accertamento generico di handicap (<em>Commissioni come da Legge <a title="Apre HandyLex.org alla Legge citata" href="http://www.handylex.org/stato/l050292.shtml">104/92</a></em>), senza parametri oggettivi.<br />
Gli accertamenti sui <strong>bisogni educativi o lavorativi</strong> – più vicini a definire i sostegni necessari a studiare e lavorare – non a caso separano l’accertamento medico da quello sociale, che viene sviluppato su parametri non medici (e spesso espressi in modi estremamente sintetici, se non inappropriati). Molti servizi derivano da questo approccio valutativo, producendo alla fine <strong>soluzioni di “parcheggio” e/o di semplice accoglienza</strong>.<br />
Elemento quindi di azione delle associazioni di persone con disabilità sull’area dell’accertamento è prima di tutto quello di applicare l’articolo 1, comma 2, della CPRD, che è già Legge dello Stato <em>[Legge <a title="Apre HandyLex.org alla Legge citata" href="http://www.handylex.org/stato/l030309.shtml">18/09</a></em><em>, N.d.R.]</em>: «Per persone con disabilità si intendono coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri». Infatti, andrebbero accertate sia le <strong>condizioni di salute</strong> (menomazioni<em> fisiche</em>,<em> mentali</em>,<em> intellettuali</em> o <em>sensoriali</em>),<em> </em>sia quelle <strong>ambientali e sociali</strong> («barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri<em>»</em>) e le loro interazioni.<br />
L’accertamento, quindi, dovrebbe spostarsi da quello medico sulla limitazione funzionale a quello <strong>sulla disabilità</strong>, analizzando l’interazione tra condizione individuale e relazione con l’ambiente e la società.<br />
Il cambiamento di prospettiva deriva naturalmente da un <strong>cambiamento di obiettivi</strong>: non si accerta la condizione di salute, perché l’obiettivo non è più curare, proteggere, assistere, ma bensì la condizione di disabilità, perché l’obiettivo diventa l’inclusione, la piena cittadinanza, la partecipazione. Ecco perciò che i <strong>progetti individuali</strong> – come da articolo 14 della Legge <a title="Apre HandyLex.org alla Legge citata" href="http://www.handylex.org/stato/l081100.shtml">328/00</a> (3) – assumono <strong>un altro significato e importanza</strong>. Infatti, nel processo di accertamento e di elaborazione della condizione di disabilità intervengono <strong>fattori culturali</strong> (<em>stereotipi e pregiudizi</em><strong>)</strong>, <strong>elementi fisici</strong> (<em>barriere</em>), <strong>sociali</strong> (<em>discriminazioni</em>) e <strong>individuali</strong>. L’insieme di questi elementi produce forme di impoverimento delle persone con disabilità, sia nelle capacità individuali che nelle competenze sociali.<br />
Qui particolarmente importanti sono i fattori psicologici, collegati all’accettazione dello stigma sociale negativo al quale le persone con disabilità sono sottoposte e che spesso esse stesse introiettano come <strong>fattore negativo “oggettivo”</strong>. In tal senso, la sottolineatura che la disabilità è un «<strong>concetto in evoluzione</strong>» (<em>Preambolo e</em> della Convenzione ONU) non vale solo per la visione che la società ha della condizione delle persone con disabilità, ma assume un ruolo importante nella percezione soggettiva elaborata dalla persona stessa che vive condizioni di disabilità. I processi di impoverimento individuale, infatti, possono essere in atto e non basta quindi<strong> eliminare le barriere fisiche</strong> alla partecipazione. Si tratta invece di produrre un processo inverso di <strong>crescita di consapevolezza</strong> della propria condizione e di progressivo <em>empowerment [qui genericamente “rafforzamento”, N.d.R.]</em> delle capacità individuali e sociali del soggetto (4).</p>
<p><strong>Per un welfare dell’inclusione sociale</strong><br />
Se parliamo di modo di funzionamento delle persone, se parliamo di disabilità e se l’obiettivo è quello di <strong>ridiventare Cittadini</strong>, con la possibilità di riacquistare tutti i ruoli che la società spesso ci ha negato (essere studenti, viaggiatori, lavoratori, sportivi, turisti ecc.), è chiaro che il modello di servizi che oggi vengono offerti alle persone con disabilità in Italia è <strong>inadeguato</strong>. Questi vanno riformulati proprio perché è necessario superare il welfare basato sulla <em>protezione sociale</em>, per ri-orientare i servizi di sostegno verso un <strong>welfare dell’inclusione sociale</strong>.<br />
Si tratta di una vera e propria <strong>rivoluzione culturale</strong>, in cui l’obiettivo dei trattamenti a cui sono sottoposte le persone con disabilità – e quindi dei servizi – è di garantire il massimo livello di salute possibile, ma in un contesto in cui la salute non è l’assenza di malattie o di limitazioni funzionali, ma il <strong>benessere e il “ben diventare” della persona</strong>. Quindi, piuttosto che occuparsi di ricostruire una condizione di presunta normalità psicofisica – come si ostina a fare la riabilitazione medica, arrivando o a interventi senza risultato o a veri e propri accanimenti terapeutici – va garantito alle persone, la cui limitazione funzionale è stabilizzata, il <strong>godimento dei diritti e delle libertà fondamentali</strong> e delle capacità a cui le persone danno valore, anche nei casi di una condizione di diversità funzionale cronica. In altre parole, le persone con differenti disabilità possono avere bisogno di diversi tipi e quantità di sostegni per il loro benessere.</p>
<p>Questo approccio corrisponde alla modalità basata sulle <em>Capability</em> di <strong>Amartya Sen</strong>, il Premio Nobel per l’Economia indiano, il quale ha messo in evidenza che lo sviluppo di una società non può basarsi solo sulla crescita del PIL (Prodotto Interno Lordo), bensì risulta veramente efficace se permette lo <strong>sviluppo delle risorse umane</strong> di un determinato Paese (5). La strategia di sviluppo basata sulla <em>capability</em> punta quindi soprattutto alle capacità delle persone, in termini di competenze e saperi.<br />
Così al concetto tradizionale di riabilitazione, viene aggiunto quello di <strong>abilitazione</strong> (o, diremo a questo punto, di <strong><em>capabilitazione</em></strong>). Si <em>riabilita</em> se si recupera una funzionalità del corpo persa, si <em>abilita</em> quando si sviluppano <strong>nuove abilità</strong>, partendo dalle condizioni psicofisiche delle persone. Infatti, la diversità funzionale è una delle caratteristiche della persona che, insieme a tutte le altre, concorre a definire l’insieme delle sue capacità, opportunità e potenzialità. Se descrivessimo il noto sportivo sudafricano <strong>Oscar Pistorius</strong> come “una persona amputata ad entrambi gli arti inferiori”, non saremmo in grado di ricostruire il percorso di abilitazione che egli ha costruito durante la sua vita, per diventare un atleta che corre al livello dei principali sprinter mondiali i 200 e i 400 metri.<br />
La Convenzione, inoltre, impegna gli Stati (<strong>articolo 26</strong>) ad organizzare, rafforzare ed estendere «servizi e programmi complessivi per l’abilitazione e la riabilitazione, in particolare nelle aree della sanità, dell’occupazione, dell’istruzione e dei servizi sociali». I servizi e i programmi devono avere «inizio nelle fasi più precoci possibili» (6) e devono basarsi «su una valutazione multidisciplinare delle necessità e dei punti di forza dell’individuo». Devono infine sostenere «la partecipazione e l’inclusione nella comunità e in tutti gli aspetti della società», essere «volontari <em>[…] </em>e disponibili per le persone con disabilità in luoghi i più vicini possibile alle loro comunità di appartenenza».<br />
Quindi l’obiettivo non è più quello di guarire, bensì di <strong>sostenere la vita indipendente e l’inclusione nella comunità</strong> (articolo 19), non è più quello di offrire ausili, ma di <strong>garantire </strong>la<strong> mobilità personale</strong> (articolo 20), la <strong>partecipazione</strong> e la <strong><em>capability</em></strong>. Quest’ultimo articolo della Convenzione – il ventesimo, appunto – riformula pertanto le modalità di assegnazione degli ausili: essendo infatti la mobilità un diritto umano, la carrozzina elettrica, ad esempio, dovrebbe essere <strong>assegnata senza limitazioni temporali o di status sociale</strong>.</p>
<p><strong>Due forme di empowerment</strong><br />
Un altro binomio di parole essenziali nei servizi di sostegno è dato dalle parole <strong>impoverimento/<em>empowerment</em></strong>. Le persone con disabilità, infatti, sono discriminate e senza uguaglianza di opportunità e per questo risulta loro impedita la piena partecipazione sociale.<br />
Ogni volta che una persona con disabilità incontra un ostacolo, una barriera, una discriminazione, egli viene <strong>impoverito di competenze e possibilità</strong>. Infatti, i fattori sociali e ambientali – comprendenti, come già detto, barriere, ostacoli e discriminazioni -, possono produrre l’impoverimento delle loro capacità e <em>performance</em>, limitando ben oltre le loro minorazioni le abilità individuali e sociali, come abbiamo visto in un precedente <a title="Apre questo stesso sito al testo citato" href="http://www.superando.it/2012/09/14/la-crisi-mondiale-e-le-politiche-di-inclusione-i-servizi-di-sostegno/2012/08/21/la-crisi-mondiale-e-le-politiche-di-inclusione-la-poverta">articolo</a> pubblicato su queste pagine.<br />
In sostanza, il concetto di povertà si allarga a quello di “trattamento disuguale che impoverisce”. Risulta così ben chiaro che la disabilità è <em>causa </em>ed<em> effetto di povertà</em>, <strong>causa</strong> perché se si possiede una caratteristica socialmente dimenticata si è esclusi dalla società, <strong>effetto</strong> perché se si è poveri spesso ne conseguono forme di disabilità (di salute, di cultura, di genere etc.). Appare dunque evidente che le persone con disabilità necessitano di interventi che trasformino <strong>la loro percezione di se stesse</strong> <strong>e del mondo che le circonda</strong> e rafforzino i loro strumenti di autodifesa.<br />
Per questo sempre più il movimento mondiale delle persone con disabilità centra una delle proprie azioni essenziali di tutela dei diritti umani sull’<em>empowerment</em>. Quest’ultima è una parola inglese che ha <strong>due significati, </strong>uno legato alla <em>persona</em>, di rafforzamento delle capacità, il secondo <em>sociale</em>, di acquisizione di potere. E le persone con disabilità hanno bisogno sia di un rafforzamento delle loro capacità individuali, sia dell’acquisizione di maggior potere di decidere su come la società li include, attraverso le organizzazioni che rappresentano loro e i loro familiari.<br />
È innegabile che le persone con disabilità subiscano <strong>violazioni continue</strong> dei loro diritti umani, che spesso producono in loro la percezione di essere inadeguati, di essere loro stessi “incapaci di vivere in società” a causa della loro condizione. Trasformare questa percezione è il primo obiettivo dell’<em>empowerment</em> : infatti, solo essendo coscienti delle discriminazioni e delle oppressioni che la società ci costringe a vivere si può iniziare un percorso di emancipazione.<br />
L’<strong>empowerment individuale</strong> delle persone con disabilità riguarda vari aspetti: <em>emotivi</em> (riformulazione delle emozioni sul costruire e trasformare, piuttosto che sul limitare e distruggere); <em>percettivi</em> (ridefinizione delle esperienze di vita sulla base del modello sociale della disabilità); <em>intellettivi</em> (comprensione degli strumenti culturali di cui dotarsi, apprendendone i linguaggi); <em>comportamentali</em> (trasformazione delle relazioni umane e sociali sulla base della nuova consapevolezza); <em>abilitativi</em> (apprendere a fare delle cose anche in modo diverso); <em>informativi</em> (conoscere e saper usare le leggi e le risorse del proprio territorio).<br />
Questa azione di accrescimento della consapevolezza della propria condizione può essere sviluppata quasi esclusivamente <strong>attraverso le stesse persone con disabilità</strong>, un’intuizione – quella cioè di persone più consapevoli che sostengono il percorso di consapevolezza di altre persone con disabilità – che  è diventata un preciso strumento di azione (il <em>peer counseling</em>) e un vero e proprio lavoro politico e tecnico. Centrali nelle attività di <em>empowerment</em> sono infatti i consulenti alla pari (<em>peer counsellor</em>), persone con disabilità che ne sostengono altre nei percorsi di autonomia e di autodeterminazione. I riferimenti teorici si ritrovano già nella psicologia umanistica e in particolare nella cosiddetta “terapia fondata sul cliente” di <strong>Rogers</strong> e <strong>Carhkuff </strong>(7), Autori che identificavano l’auto-aiuto tra pari come un efficacissimo strumento di lavoro, intendendo per “pari” qualcuno che è nella stessa situazione, che ha la medesima età, cultura, background o che ha avuto una stessa esperienza di vita. Nel caso delle persone con disabilità, un “pari” è qualcuno che <strong>ha una disabilità</strong>.</p>
<p>Le applicazioni pratiche di questa visione nascono negli <strong>Stati Uniti</strong> dove – dietro la spinta dei movimenti per la vita indipendente fioriti a Berkeley negli Anni Sessanta – si sviluppano i <strong>Centri per la Vita Indipendente</strong> (8) e si strutturano progressivamente le esperienze di auto-aiuto e di sostegno fra pari che portano alla nascita del consulente alla pari.<br />
L’insieme di queste premesse trasforma l’idea stessa di presa in carico riabilitativa e sociale delle persone con disabilità, cancellando qualsiasi forma di segregazione e istituzionalizzazione, produttrice di gravi violazioni dei diritti umani: la Convenzione, infatti, riconosce «l’eguale diritto di tutte le persone con disabilità a vivere nella comunità, in pari condizioni di scelta rispetto agli altri membri» ed è proprio l’obiettivo della <strong>vita indipendente</strong> (diritto umano riconosciuto dall’articolo 19 della Convenzione stessa) che dovrebbe <strong>orientare i servizi e i trattamenti</strong>.</p>
<p><strong>I progetti individuali italiani</strong><br />
Anche qui la Convenzione ci aiuta a riformulare il modo di ragionare sulle persone con disabilità. Se esse infatti vengono escluse e discriminate, gli interventi in loro favore dovrebbero garantire il sostegno adeguato per essere <strong>inclusi e partecipare</strong>. Nella Convenzione non si trovano descrizioni del livello di limitazione funzionale (<em>gravi</em> e <em>gravissimi</em>, come si dice in Italia), bensì <strong>si ribalta</strong> il modo di vedere la loro situazione: per poter essere Cittadini come gli altri, cioè, lo Stato deve mettere loro a disposizione <strong>appropriati sostegni</strong> e in certi casi (come recita il <em>Preambolo j</em>), «sostegni maggiori» (in inglese <em>more intensive support</em>). È la società, infatti, che ha creato barriere, ostacoli e discriminazioni e quindi è la società stessa che deve mettere a disposizione i sostegni necessari e in alcuni casi i sostegni maggiori.<br />
Ecco che il significato dei progetti individuali risulta <strong>trasformato</strong>. Intanto sono <em>progetti</em> e quindi devono implicare le persone beneficiarie come <em>attori</em>. Il progetto è “come voglio diventare”, “come sogno di essere”, quindi dev’essere basato su processi dinamici, con periodiche verifiche dei risultati. Infine, sono progetti che partono spesso da una situazione di esclusione e che si pongono l’obiettivo di conseguire <strong>un’inclusione possibile</strong>.<br />
Spesso, purtroppo, in molte Regioni italiane la definizione dei progetti individuali è <strong>assai povera</strong> e priva degli elementi di coordinamento tra i vari enti competenti, riducendosi frequentemente a una definizione delle risorse da mettere in campo tra i vari enti (l’intervento socio-sanitario), perdendo di vista la <strong>centralità della persona</strong>. Il progetto individuale secondo lo spirito della CRPD dovrebbe invece superare la logica della presa in carico (i servizi prendono in carico qualcuno che non è in condizione di occuparsi di sé), per giungere a definire progetti individuali che abbiano lo scopo di sostenere l’inclusione di persone escluse e discriminate, basandosi sull’<strong>empowerment</strong>, sul <strong>sostegno alla vita in comunità</strong> e sulla <strong>riabilitazione</strong> e <strong>abilitazione in tutti i campi</strong>, attraverso la partecipazione diretta dei soggetti interessati. Quanti servizi indirizzati alle persone con disabilità sono basati su progetti individuali di questo tipo?<br />
Il tema poi del coordinamento e della continuità dei servizi indirizzati alle persone con disabilità assume in molte Regioni connotazioni realmente <strong>drammatiche</strong>. Innanzitutto, solo alcune di esse hanno definito un coerente coordinamento dei servizi, rimanendo le varie competenze <strong>slegate tra di loro</strong>. Inoltre, spesso gli interventi non sono capaci di trasferire conoscenze e competenze maturate in un altro ambito, cosicché, per esemplificare, gli interventi riabilitativi restano relegati in ambito sanitario, quelli educativi in ambito scolastico, quelli lavorativi e quelli sociali non interagiscono con gli altri.<br />
Ma perché questo tipo di coordinamento è assente? Proprio perché quasi mai i progetti sono legati a<strong> verifiche puntuali</strong>, a sistemi di <strong>monitoraggio dei risultati</strong>, talché un progetto riabilitativo in molte Regioni non ha mai una verifica di efficacia, ciò che porta spesso a sprecare ingenti risorse. Un progetto individuale si limita in genere ad offrire servizi – sempre più ridotti dai tagli alle spese sociali – ma non è quasi mai finalizzato al reale empowerment delle persone beneficiarie ed è quasi sempre centrato sul profilo degli operatori, per cui l’assistenza domiciliare “comincia alle 8 e finisce alle 14”. Infine, sono poco diffusi i progetti che si basano sulla modalità dei <strong>budget di cura</strong>, in cui si responsabilizzano i beneficiari ad utilizzare risorse su obiettivi concordati.<br />
Per non parlare poi della <em>Riabilitazione su Base Comunitaria</em>, strategia delle Nazioni Unite, che sottolinea come il processo di inclusione delle persone con disabilità debba <strong>coinvolgere tutta la comunità</strong>. Importante, infatti, per l’inclusione, è il cambiamento di percezione in una comunità sul ruolo e sul valore delle persone con disabilità, mentre sin troppo spesso la società – intesa sia come <em>insieme dei cittadini</em>, sia come <em>mass media</em> che informano e analizzano cosa avviene in una comunità – ha ancora una <strong>visione negativa delle persone con disabilità</strong>, che limita fortemente la possibilità di trasformare comportamenti, servizi e politiche.<br />
Intervenire con campagne appropriate, con alleanze con gli operatori di giornali, televisioni e radio, con “eventi-tipo”, che mettano in evidenza la condizione di discriminazione e di mancanza di pari opportunità  delle persone con disabilità, è un elemento necessario per promuovere l’inclusione.</p>
<p>In conclusione, tutte queste considerazioni fanno emergere <strong>quale grande rivoluzione</strong> rappresenti la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e <strong>quanto lavoro</strong> le associazioni debbano svolgere per trasformare il sistema dei servizi italiani indirizzati alle persone con disabilità.</p>
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<p><em>* Membro del Consiglio Mondiale di <a title="Apre il sito di DPI" href="http://www.dpi.org/">DPI</a> (Disabled Peoples’ International), componente dell’Ad Hoc Committee (Comitato Ad Hoc) che ha elaborato la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.</em></p>
<p><strong><em>Note:</em></strong><br />
<em><strong>(1)</strong> In psicologia la </em>resilienza<em> è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. È la capacità di ricostruirsi, restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza perdere la propria umanità.</em></p>
<p><em><strong>(2)</strong> Borgnolo G., De Camillis R., Francescutti C. e altri,</em> ICF e Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Nuove prospettive per l’inclusione<em>, Spini di gardolo (Trento), Erickson, 2009.<br />
<strong><br />
(3)</strong> «1. Per realizzare la piena integrazione delle persone disabili di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nell’ambito della vita familiare e sociale, nonché nei percorsi dell’istruzione scolastica o professionale e del lavoro, i comuni, d’intesa con le aziende unità sanitarie locali, predispongono, su richiesta dell’interessato, un progetto individuale, secondo quanto stabilito al comma 2. 2. Nell’ambito delle risorse disponibili in base ai piani di cui agli articoli 18 e 19, il progetto individuale comprende, oltre alla valutazione diagnostico-funzionale, le prestazioni di cura e di riabilitazione a carico del Servizio sanitario nazionale, i servizi alla persona a cui provvede il comune in forma diretta o accreditata, con particolare riferimento al recupero e all’integrazione sociale, nonché le misure economiche necessarie per il superamento di condizioni di povertà, emarginazione ed esclusione sociale. Nel progetto individuale sono definiti le potenzialità e gli eventuali sostegni per il nucleo familiare».</em><br />
<em><strong><br />
(4)</strong> Griffo G.,</em> L’empowerment base del lavoro delle organizzazioni di persone con disabilità<em>, in </em>Inserto Empowerment<em>, pp. 1-2, in «Notiziario AP», n. 3 (giugno/luglio), anno XXII, Roma, 2006.</em><br />
<em><strong><br />
(5)</strong> Sen A.,</em> Etica ed economia<em>, Roma-Bari, Laterza, 2002; Id., </em>Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia<em>, Milano, Mondadori, 2000; Id., </em>Scelta, benessere, equità<em>, Bologna, il Mulino, 2006; Id., </em>la diseguaglianza. Un riesame critico<em>, Bologna, il Mulino, 2010; Id., </em>L’idea di giustizia<em>, Milano, Mondadori, 2010; Stiglitz J.E., Sen A., Fitoussi J.-P., </em>La misura sbagliata delle nostre vite. Perché il PIL non basta più per valutare benessere e progresso sociale<em>, Milano, Etas Libri, 2010. Si vedano anche: Nussbaum M.C., </em>Giustizia sociale e dignità umana. Da individui a persone<em>, Bologna, il Mulino, 2002 e Id., </em>Le nuove frontiere della giustizia. Disabilità, nazionalità, appartenenza di specie<em>, a cura di C. Faralli, Bologna, il Mulino, 2007.</em><br />
<em><strong><br />
(6)</strong> Sviluppando così percorsi di autonomia per il bambino o il giovane, per una vita più indipendente, intessendo maggiori relazioni sociali e tentando nuove strade, per un’autonomia/autodeterminazione nella società.<br />
<strong><br />
(7)</strong> La prima applicazione di questa teoria è stata sviluppata con gli alcolisti.<br />
<strong><br />
(8)</strong> Maggiori informazioni sui Centri per la Vita indipendente (Independent Living Center) si possono trovare nel sito internet dell’Istituto per la Vita Indipendente di Stoccolma (www.independentliving.org).</em></p>
<p>Fonte: <a href="http://www.superando.it/2012/09/14/la-crisi-mondiale-e-le-politiche-di-inclusione-i-servizi-di-sostegno/">Superando.it</a></p>
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		<title>La crisi mondiale e le politiche di inclusione: il welfare</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Aug 2012 07:24:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rassegna stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Giampiero Griffo* Diffondere una nuova cultura sulla disabilità, basata sui diritti umani e sulla Convenzione ONU: è l’obiettivo principale di questi nostri approfondimenti, ove si parte dallo scenario determinato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.ridsnetwork.org/la-crisi-mondiale-e-le-politiche-di-inclusione-il-welfare/">La crisi mondiale e le politiche di inclusione: il welfare</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.ridsnetwork.org">RIDS</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Giampiero Griffo*</em></p>
<p><em>Diffondere una nuova cultura sulla disabilità, basata sui diritti umani e sulla Convenzione ONU: è l’obiettivo principale di questi nostri approfondimenti, ove si parte dallo scenario determinato dalla crisi economica mondiale, con il rischio, per le persone con disabilità, di tornare ad essere “cittadini invisibili”. Abbiamo già parlato di povertà, questa volta tocca al welfare, anzi al “nuovo welfare” che sarebbe certamente indispensabile.</em></p>
<p>La risposta all’attuale crisi economica mondiale ha una <strong>specificità</strong> che ci interessa. Al contrario, infatti, di altre crisi economiche, per la prima volta i Paesi forti industrialmente hanno deciso di <strong>tagliare le spese legate al welfare</strong>.<br />
A memoria di chi scrive, durante la Grande Crisi del ’29, dopo una prima impostazione liberista, seguì, per controbilanciare gli esiti negativi sulla popolazione più povera, l’avvio del <em>New Deal</em> (ispirato da <strong>Maynard Keynes</strong>, economista assai famoso all’epoca), fatto di forti investimenti pubblici nel welfare – la cui nascita si fa risalire proprio a quel periodo – e di opere pubbliche. Lo stesso avvenne nel secondo dopoguerra con il Piano Marshall, anch’esso deciso dopo discussioni analoghe su quali soluzioni adottare per combattere la crisi depressiva.<br />
In entrambi quei casi, dunque, alla soluzione restrittiva di interventi squisitamente economici legati al risparmio, si contrappose la <strong>soluzione espansiva</strong>, con azioni che tennero contro delle difficoltà vissute dalle popolazioni con scarsi redditi a sostenere le politiche di sviluppo.<br />
In altre parole, le soluzioni venivano indicate nell’espansione della spesa pubblica, ritenuta la strategia più efficace per rilanciare l’economia e sostenere lo sviluppo con un mercato adeguato. Inoltre era necessario supportare il welfare, per combattere la povertà e i rischi di emarginazione.</p>
<p>Oggi, soprattutto nei <strong>Paesi europei</strong> – giacché negli Stati Uniti si predica una diversa forma di uscita dalla crisi – le risposte si rifanno principalmente alla riduzione della spesa pubblica, per contenere i debiti degli Stati, ampliatisi negli ultimi anni proprio per contrastare la crisi nel settore bancario, e in particolare a un contenimento degli interventi di welfare.<br />
Facciamo alcuni esempi. La recente crisi di affidabilità del <strong>Governo greco</strong> (e di quei Paesi con pesanti deficit pubblici, che vengono chiamati anche <em>PIGS</em>: Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) ha portato a una serie di provvedimenti da parte degli Stati interessati, tesi a ridurre la spesa pubblica, molti dei quali hanno colpito (o hanno tentato di colpire) lo <strong>stato sociale</strong>. Mentre infatti il taglio del Governo greco al welfare è rilevantissimo ed è ancora in corso, il Governo francese sta discutendo una legge sulle pensioni e ha deciso di tagliare alcune spese sociali. Dal canto suo, il Governo inglese ha tagliato il budget pubblico dal 25 al 40%, ad eccezione che per le spese sulla salute. E ancora, la Germania ha iniziato a ridimensionare il bilancio pubblico per 86 miliardi di euro, mentre la Spagna ha annunciato un analogo taglio di 50 miliardi.<br />
In altre parole, il taglio del deficit pubblico include nei risparmi le spese per il welfare. Ma <strong>perché questo avviene?</strong> Da un lato perché l’ideologia liberista (in questo senso non è affatto vero che siano sparite le ideologie…) è diventata il credo economico sia della destra che della sinistra, pur con qualche eccezione. Per crescere, pertanto, bisogna ridurre le spese improduttive e il welfare è considerato tale. Dall’altro lato, l’Occidente si vede assediato dalla crescita dei cosiddetti <em>BRIC</em> (i Paesi in fase di espansione economica, ovvero Brasile, Russia, India e Cina), che non hanno sistemi di welfare pari a quelli degli Stati industrializzati. Per essere competitivi, quindi, bisogna eliminare la <strong>“zavorra” del welfare!</strong> E l’unico parametro che misura la crescita di un Paese continua ad essere solo l’aumento del PIL (Prodotto Interno Lordo).<br />
Il confronto è aspro e vede i <strong>rigoristi</strong> predicare la riduzione del debito pubblico, gli <strong>espansionisti</strong> rivendicare interventi pubblici per favorire la crescita economica. Pochi, però, sia da una parte che dall’altra, difendono le politiche di welfare.</p>
<p>In questo dibattito si sono per altro inseriti nuovi elementi critici, il primo dei quali è quello relativo agli <strong>indicatori di crescita</strong>. Il Premio Nobel per l’Economia del 1998 <strong>Amartya Sen</strong> ha posto ad esempio in evidenza che la crescita di una nazione dovrebbe misurasi – più che sul PIL – sulla <strong>crescita del capitale umano</strong>, inteso come aumento di conoscenza e di competenza nella popolazione, di capacità di autodeterminazione e di <em>empowerment</em> <em>[aumento dell’autoconsapevolezza, N.d.R.]</em>, di benessere e di sicurezza sociale. La consapevolezza è quella di pensare che in una società che cresce, debba crescere la giustizia per tutti e il fatto che nessuno rimanga escluso dai risultati della crescita stessa.<br />
L’altro elemento è che <strong>il mercato non tutela i diritti</strong>, a meno che non sia regolato in maniera da obbligare a farlo. Si pensi solo alle tante autorità che nascono per tutelare la privacy, la concorrenza, la comunicazione ecc., per rendersi conto di quanto il mercato sia ingiusto e soggetto alla “legge del più forte”. O si pensi anche alla legislazione sul lavoro per le persone con disabilità, basato sul sistema delle quote obbligatorie d’occupazione: senza quelle norme – del resto mai applicate integralmente – le aziende occuperebbero queste persone?<br />
Altro elemento emerso negli ultimi anni si sostanzia in un quesito fondamentale: le politiche di welfare sono <strong>effettivamente improduttive?</strong> Ad esempio, un sistema sanitario efficace riduce l’assenteismo? E un sistema di asili nido permette alle donne di andare a lavorare? Forse il welfare, dicono alcuni economisti, è complementare alla crescita economica e delle risorse umane. E d’altra parte perché la società cresce? Per dare potere alle lobby finanziarie, alle grandi multinazionali, oppure per accrescere il benessere dei propri Cittadini?</p>
<p>In questo contesto la <strong><strong><a title="Apre questo stesso sito alla traduzione della Convenzione" href="http://www.superando.it/files/docs/Convenzione%20Definitiva.pdf">Convenzione ONU</a></strong> sui Diritti delle Persone con Disabilità</strong> ha introdotto alcuni nuovi approcci al tema di cui si occupa. Innanzitutto il processo di ratifica è cresciuto in poco tempo: ad oggi 153 Paesi hanno firmato la Convenzione e 90 hanno sottoscritto anche il Protocollo Opzionale ad essa, mentre la ratifica è arrivata da <strong>119 Paesi</strong> (72 il Protocollo Facoltativo) <em>[se ne veda l’elenco aggiornato anche <a title="Apre questo stesso sito al testo cui si fa riferimento" href="http://www.superando.it/2012/08/30/la-crisi-mondiale-e-le-politiche-di-inclusione-il-welfare/2012/08/29/lonu-le-paralimpiadi-e-la-convenzione/">in questo sito</a>, N.d.R.]</em>. La Convenzione, quindi, è ormai lo standard internazionale sia per i programmi e per le politiche riguardanti le persone con disabilità, sia <strong>per lo sviluppo in generale</strong>.<br />
Questo Trattato – che giustamente si definisce una “Convenzione basata sui diritti umani” – ha solennemente affermato che le persone con disabilità sono <strong>parte della società</strong> e quindi devono beneficiare di tutti gli interventi e le politiche, in modo tale da garantire la rimozione di ostacoli e  barriere e la proibizione di qualsiasi forma di discriminazione fondata sulla disabilità. Questo significa che gli Stati devono mettere in campo un <strong>nuovo approccio alle politiche</strong> indirizzate alle persone con disabilità. In tal senso vediamo di approfondire alcuni concetti che ci aiuteranno a formulare nuove politiche.<br />
La Convenzione riconosce che le persone con disabilità sono escluse dai benefìci della crescita della società, dal godimento di beni e servizi in condizione di parità con gli altri. Il concetto di <em>Universal Design</em>, in altri termini, viene inscritto in un contesto di tutela dei diritti umani e quindi <strong>non è più solo un’esigenza normativa</strong>, ma si configura – qualora venga negato o dimenticato – come una <strong>violazione dei diritti umani</strong>. Gli Stati, pertanto, devono garantire l’inclusione di questi Cittadini in tutte le politiche ed è lo stesso concetto di sviluppo ad essere <strong>riformulato</strong>: ha senso, infatti, uno sviluppo che esclude fasce cospicue di persone (giovani, anziani, donne, persone con disabilità ecc.)? Proprio da qui è nato il concetto di <strong>sviluppo inclusivo</strong>, uno sviluppo, cioè, che si ponga l’obiettivo di non escludere nessuno dai suoi benefìci, sia con obiettivi inclusivi ben definiti, sia con metodologie appropriate. Un concetto, quest’ultimo, che inizia ad essere applicato nell’ambito di progetti di cooperazione internazionale<strong> </strong>in Paesi in cerca di sviluppo.<br />
L’inclusione è quindi un diritto/processo che interviene per riscrivere le regole di una società che esclude e colpisce le persone da più punti di vista: <em>stigma sociale</em>; <em>impoverimento</em> <em>delle persone colpite</em>; <em>marchio di diversità negativa</em>; <em>rifiuto al dialogo</em>. Se l’<strong>esclusione</strong> è basata su un’azione “semplice” – la valutazione negativa della persona; il rifiuto della parità di condizione; la negazione dell’appartenenza attraverso trattamenti differenziati senza giustificazione; la cancellazione dell’altro come persona titolare di diritti umani – l’<strong>inclusione</strong> è invece un <strong>processo faticoso</strong>, di crescita di consapevolezza, di riscrittura dei princìpi, di recupero di dignità delle persone escluse, di ricerca degli strumenti appropriati per farlo, di presa in considerazione di nuovi bisogni, di riequilibrio dei poteri all’interno della società tutta.</p>
<p>Le persone con disabilità sono il <strong>15%</strong> della popolazione globale, come scrive l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). In realtà, la stessa OMS sottolinea che nell’arco di una vita tutte le persone che vivono sulla terra vivranno <strong>esperienze di disabilità</strong> (perché bambini, perché anziani, perché incidentati ecc.). In altre parole le politiche sulla disabilità non sono politiche indirizzate a fasce minoritarie della società, ma riguardano <strong>tutto il genere umano</strong> e quindi sono politiche generali e non di nicchia. Investire perciò per garantire una società senza barriere e discriminazioni è una <strong>convenienza economica e sociale</strong>.</p>
<p>Questo nuovo approccio identifica una <strong>nuova idea di giustizia</strong> per le persone con disabilità. La Convenzione ONU – anche se in maniera non esplicita – introduce un nuovo modello di disabilità, basato sul rispetto dei diritti umani, che rielabora il modello sociale, inquadrandolo in una prospettiva universalistica, basata appunto su un approccio centrato sui diritti. Un modello, in sostanza, che <strong>rivoluziona i comportamenti economici, politici e sociali</strong> legati alle persone con disabilità. La stessa Convenzione, infatti, sposta i punti di vista da cui partire per rispondere ai diritti di questi Cittadini, all’insegna di <strong>profonde trasformazioni</strong>: dalla lettura della condizione di disabilità che parte delle patologie si passa a un’attenzione alle relazioni sociali; dalle condizioni soggettive delle persone ci si concentra sui condizionamenti ambientali e sociali; dal riconoscimento dei bisogni si arriva a quello dei diritti; dalla società che <em>disabilita</em> le persone a una società che le <em>abilita</em>.<br />
È evidente che questo approccio culturale impone una <strong>profonda modifica</strong> della lettura della condizione delle persone con disabilità e una conseguente trasformazione su cosa si debba fare per garantire il rispetto dei loro diritti umani. Alla base della Convenzione, infatti, vi è un <strong>nuovo modello di giustizia</strong>, non più “giustizia metafisica” (“sarai ricompensato nell’aldilà”), né della semplice cura e assistenza, né tanto meno quella esclusivamente risarcitoria, oppure quella protettiva. Il nuovo paradigma – basato sull’uguaglianza e la non discriminazione, sulla valorizzazione delle diversità umane, sull’<em>empowerment</em> delle persone discriminate e svantaggiate – si fonda sulla <strong>rimozione di ostacoli e discriminazioni</strong>, sul <strong>sostegno appropriato</strong> alle persone, su servizi e benefìci finalizzati all’<strong>inclusione</strong> dei soggetti esclusi e marginalizzati. Si tratta, in conclusione, di un vero e proprio <strong>nuovo modello di sviluppo</strong>.<br />
In questo quadro, il superamento dell’esclusione diventa un <strong>obiettivo prioritario</strong> delle politiche di sviluppo. Diventa perciò necessario ripensare le politiche di welfare, che non saranno più residuali, ma dovranno diventare politiche <strong>incardinate in tutti gli ambiti di sviluppo economico e sociale</strong>, allo scopo di rimuovere le barriere, gli ostacoli e le discriminazioni che impediscono a  larghe fasce sociali di partecipare e beneficiare dei risultati dello sviluppo. In altre parole, da un welfare basato sulla <em>protezione sociale</em><em></em>, sarà necessario arrivare ad un welfare basato sull’<em>inclusione sociale</em>. Questo significa che le valutazioni delle capacità delle persone non dovranno limitarsi ai parametri percentuali – basati su criteri esclusivamente medici – ma concentrarsi sulle <strong>reali condizioni</strong> e sulle <strong>potenzialità</strong> delle persone; significa altresì che gli interventi non dovranno essere genericamente assistenziali, ma volti a rimuovere le barriere e gli ostacoli, per sostenere le persone nei processi di autonomia e inclusione sociale; che le politiche, infine, dovranno indirizzarsi a garantire il sostegno alle persone con disabilità <strong>non solo in ambito sanitario e assistenziale</strong>, ma anche in quello del lavoro, dell’educazione, dei trasporti, dell’ambiente costruito, del turismo, del tempo libero e così via.</p>
<p>Quello dell’<strong>uso delle risorse</strong> è un campo particolarmente delicato di questa trasformazione. Quante sono oggi le risorse destinate all’inclusione delle persone con disabilità? E se le persone con disabilità sono il 15% della popolazione – come prima si è detto – gli Stati arrivano a destinare il 15% delle proprie risorse a questa fascia di Cittadini?<br />
Ecco quindi che nel bilancio delle politiche indirizzate all’inclusione delle persone con disabilità dovrebbero essere inserite anche le azioni di <em>mainstreaming</em> (spesso, ahimè, assenti), in modo tale, cioè, da intervenire sull’<em>impiego</em>, sui <em>trasporti</em>, sull’<em>educazione</em>, sull’<em>accessibilità</em>, sul <em>turismo</em>, sullo <em>sport e tempo libero</em>, solo per fare alcuni esempi <em>[con il termine “mainstreaming” si intende l’inserimento di politiche normalmente settoriali nel “flusso principale” delle politiche generali, N.d.R.]</em>.<br />
Pertanto, il modello di giustizia legato alla Convenzione ONU <strong>modifica profondamente la lettura politica</strong> della nostra condizione di persone con disabilità. Se prima eravamo persone fragili e vulnerabili, a causa della nostra condizione di minorazione funzionale, la Convenzione ci restituisce alla <strong>titolarità dei diritti come Cittadini</strong>, a cui la società deve dare risposte in termini di eguaglianza di opportunità e di non discriminazione. La “visione medica” della società ci relegava fuori dalle politiche ordinarie, come persone “da curare e da assistere”, cui destinare eventuali <strong>risorse aggiuntive</strong> della società. Tale impostazione vedeva le persone con disabilità beneficiarie di interventi assistenziali e sanitari.<br />
Proprio questa logica di verifica dell’<em>eligibility [letteralmente “ammissibilità”, N.d.R.]</em> delle persone, attraverso le procedure di accertamento della condizione di minorazione, basate su parametri medici, le escludevano dai benefìci di politiche indirizzate all’intera popolazione. Il sistema manteneva così le persone con disabilità <strong>ai margini della società</strong> la quale si attivava per assegnar loro risorse solo in presenza di periodi di crescita economica. La Convenzione ONU, come detto, <strong>cambia alla radice</strong> questa visione: prima di tutto considera le persone con disabilità <strong>parte della società</strong> e quindi beneficiarie di <em>tutte</em> le politiche e i programmi. E questa visione – rispettosa dei diritti umani, di cui sono titolari tutti i Cittadini – impone che gli Stati includano le persone con disabilità in tutti i provvedimenti, le legislazioni, le politiche. Ciò significa che le risorse, prima destinate ai “Cittadini di serie A”, ai quali si aggiungevano nei periodi di “vacche grasse” risorse aggiuntive per le persone con disabilità (e per altre fasce sociali “vulnerabili”), <strong>dovranno essere utilizzate per tutti i Cittadini</strong>.</p>
<p>Si tratta di una vera e propria rivoluzione culturale e politica, che tuttavia non è ancora stata compresa e digerita dai Governi, dalle forze politiche, dai Cittadini e, spesso, dalle<strong> stesse persone con disabilità </strong>e dalle loro<strong> associazioni</strong>.</p>
<p>Oggi, dunque, stiamo pagando l’idea che le politiche di welfare <strong>siano un lusso</strong> e in questi ultimi anni, nonostante la Convenzione ONU, anche gli Stati che l’hanno ratificata hanno schizofrenicamente <strong>ridotto gli interventi</strong> a favore delle persone con disabilità.<br />
In altre parole, i fondi per gli interventi sociali – in un quadro in cui questi risultano ancora sostanzialmente legati al vecchio modello medico della disabilità – sono considerati “elastici”, quasi fossero interventi caritativi. Il riconoscimento delle responsabilità della società che crea condizioni di disabilità deve invece far cambiare anche il modello di giustizia e di motivazione dei vari interventi di sostegno, che vanno legati al conseguimento di condizioni di <strong>uguaglianza e non discriminazione</strong>, quindi di tutela dei diritti umani, come appunto afferma la Convenzione. Pertanto essi non devono essere interventi soggetti a flessibilità delle risorse, in quanto <strong>i diritti umani non sono comprimibili</strong>, a maggior ragione se responsabili sono anche le politiche pubbliche.<br />
Inoltre, la Convenzione obbliga gli Stati che l’hanno ratificata a <strong>monitorare i progressi</strong> con un rapporto periodico da inviare al Comitato per i Diritti delle Persone con Disabilità delle Nazioni Unite (l’Italia invierà il primo rapporto nell’autunno prossimo).<br />
Le persone con disabilità, insomma, da assistiti, e “pesi sociali”, devono diventare <strong>Cittadini a pieno titolo</strong> cui indirizzare le politiche generali e un approccio innovativo in questa direzione lo assumono le già accennate politiche di <em>mainstreaming</em>. Soprattutto, i Cittadini con disabilità passano dal ruolo di <em>assistiti </em>a quello di <em>contribuenti </em>e la raccolta di dati e statistiche sull’impatto delle politiche di inclusione dovrà anch’essa essere basate su nuovi dati («identificare e rimuovere le barriere che le persone con disabilità affrontano nell’esercizio dei propri diritti», articolo 31 della Convenzione ONU). Si dovranno in sostanza elaborare <strong>nuove ricerche</strong>, basate sulla definizione di disabilità introdotta dalla Convenzione, come, ad esempio, il livello di accessibilità<strong> </strong>di una città, le discriminazioni presenti nell’accesso ai vari beni e servizi, gli ostacoli e le barriere che impediscono la piena partecipazione e l’inclusione nel mondo dell’educazione, del lavoro, del turismo e del tempo libero.<br />
Una vera e propria rivoluzione – come detto – che deve coinvolgere prima di tutte le <strong>persone con disabilità</strong> e le <strong>organizzazioni</strong> che le rappresentano.</p>
<p><em>* Membro del Consiglio Mondiale di <a title="Apre il sito di DPI" href="http://www.dpi.org/">DPI</a> (Disabled Peoples’ International), componente dell’Ad Hoc Committee (Comitato Ad Hoc) che ha elaborato la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.</em></p>
<p>Fonte: <a href="http://www.superando.it/2012/08/30/la-crisi-mondiale-e-le-politiche-di-inclusione-il-welfare/">Superando.it</a></p>
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