La Farnesina pensa a una Banca per lo Sviluppo

Il consigliere politico del Viceministro degli Esteri, Lapo Pistelli, lancia la proposta su Vita.it in vista della riforma della legge 49 sulla cooperazione internazionale: «Care ong cosa ne pensate?»

di Emilio Ciarlo

Fonte: vita.it – Dopo venti anni è arrivata la “volta buona” anche per la nuova cooperazione italiana. La riforma in discussione al Senato creerà uno strumento forte, innovativo, inaspettato ai più, per la promozione del nostro modello di co-sviluppo, per l’affermazione di una nostra visione più equa e sostenibile della mondializzazione, per la proiezione internazionale dell’Italia.

Personalmente lavoro su questa riforma da molti anni e credo che il testo ora arrivato in discussione sia l’occasione giusta per passare dalla semplice equazione “cooperazione-solidarietà” a quella “cooperazione-partnership-cosviluppo”. Ci siamo sforzati di costruire una cooperazione del 2000 che assuma in carico non solo la maledetta persistenza di povertà estrema in paesi low-income – spesso però anche in paesi più sviluppati e addirittura nei paesi ricchi – ma che si dà nuovi strumenti per far decollare le economie che hanno già percorso un pezzo di strada.

Per ottenere questo risultato – su questo sono d’accordo con Sergio Marelli – occorre mobilizzare risorse. Tante risorse. Bisogna sapere che non saranno sufficienti gli stanziamenti tradizionali dell’aiuto pubblico allo sviluppo (nonostante il percorso di “riallineamento previsto dall’art. 28  della nuova legge). Sarà necessario costruire un “sistema della cooperazione italiana”, delineato nel capo V, che coinvolga e faccia interagire virtuosamente le amministrazioni pubbliche con le Fondazioni bancarie, le organizzazioni non governative con  la cooperazione decentrata, le imprese private con la nuova Agenzia per la cooperazione. Eppure persino questo non basterà se non ci doteremo di strumenti professionali e agili, capaci di attrarre in misura ben maggiore le risorse europee, oggi appannaggio quasi monopolistico di francesi e tedeschi, e quelle delle istituzioni finanziarie internazionali. Probabilmente anche qualcosa in più come cercherò di proporre nelle ultime righe di questo intervento.

Direi, però, al caro amico Sergio Marelli, che nonostante l’importanza che ha la quantità di risorse, non si deve sottovalutare l’importanza della rivoluzionaria discontinuità “politica” e “istituzionale” del testo di legge che abbiamo preparato.  La cooperazione non sarà più solo “aiuto” né il Mae sarà relegato a una sorta di “charity” che la dispensa graziosamente. Istituiamo un vero e proprio piccolo “Consiglio dei Ministri della cooperazione” e prevediamo un Allegato della cooperazione al Bilancio, con l’intento di assicurare la famosa “coerenza delle politiche”, oramai richiesta dal’articolo 208 del Trattato di Lisbona, non solo tra le iniziative dei diversi Ministeri ma  soprattutto all’interno dell’azione governativa, tra le differenti scelte politiche ad impatto internazionale: quelle in campo ambientale, dell’immigrazione, economico e commerciale.

Assicuriamo un vertice politico permanente e identificabile, il Viceministro degli Esteri alla Cooperazione, che nel corso dell’esame in Parlamento cercheremo di trasformare in un “junior minister”, figura inedita per l’Italia, che parteciperà alle riunioni di Gabinetto su alcuni temi.

Abbiamo fatto consapevolmente la scelta di costruire un’architettura politico-istituzionale in cui il ruolo strategico centrale è assicurato alla Farnesina, preferendo avere una cooperazione “parte integrante e qualificante” della politica estera piuttosto che un Ministero della cooperazione cenerentola, debole politicamente e insostenibile in termini di spending review.

Mantenendogli il ruolo politico per eccellenza, in dialettica con il Parlamento, abbiamo però dotato il nuovo Maeci di un’Agenzia operativa, snella ed economica (2oo persone e un rapporto costi gestione/volume risorse negli standard internazionali), con autonomia organizzativa e di bilancio, sedi nei Paesi prioritari e uno staff giovane e professionale, che sottrarrà la cooperazione alla burocrazia delle procedure ministeriali (senza far venir meno la vigilanza) nonchè alla poco funzionale rotazione periodica dei diplomatici, inevitabile nell’attuale Direzione generale.

L’IDEA DELLA BANCA PER LO SVILUPPO
Torno però al punto delle risorse e lancio una provocazione su cui sto lavorando in questi giorni. A mio parere la riforma sarebbe monca se non compissimo l’ultimo miglio, se non dotassimo l’Italia, come Francia e Germania, di una vera Banca per lo sviluppo, un’istituzione pubblica, accreditata tra le Istituzioni finanziarie europee, autorizzata a progettare pacchetti finanziari attraverso il “blending” con i fondi comunitari (nonché di BEI, Banca mondiale e Banche di sviluppo regionali) o il matching con altre risorse e, in tal modo, capace di portare all’Agenzia per la cooperazione le risorse necessarie per fare il salto di qualità. Assicurando la direzione politica della Farnesina e la partnership indispensabile dell’Agenzia, si potrebbe immaginare nel concreto un Dipartimento specializzato e autonomo in seno alla Cassa Depositi e Prestiti, forse l’unica in Italia capace per statuto pubblico, solidità, affidabilità e know how di assolvere al ruolo. L’Italia avrebbe, in tal modo, uno strumento simile alla KfW Development Bank tedesca, “Business unit” all’interno del gruppo pubblico KfW, straordinaria leva finanziaria a servizio della cooperazione di Berlino capace di aggiungere ai fondi pubblici e a quelli europei risorse derivanti dalla propria raccolta (oltre 3 miliardi di euro). Social bond, bond dedicati allo sviluppo, finanza etica e innovativa, più risorse da Bruxelles: si aprirebbe un mondo nuovo per la cooperazione in termine di risorse disponibili, coinvolgimento dei cittadini e modernità di approccio alla nuova cooperazione. Credo si tratti di un’idea che merita un approfondimento.